18 gennaio 2012

Poetry al cinema

Poetry è un film coreano straordinario che ho visto l'anno scorso. A volte mi succede, in verità più spesso dopo uno spettacolo teatrale, di rimanere perplessa di fronte a un film. Per via del messaggio che trasmette allo spettatore. Così ho bisogno di far sedimentare la cosa.

In Poetry, il regista orientale, Lee Chang-dong, narra con uno stile cinematografico tagliente di una protagonista, affetta da Alzheimer, catturata dalla bellezza della poesia e intenta a fronteggiare un evento drammatico nell'apparente tranquillità della società di provincia in cui vive.

Al ritmo dell'acqua che scorre nel fiume, teatro delle vite sconvolte dei vari personaggi, si susseguono vicende dove predominano l'incomunicabilità domestica tra il mondo adulto e adolescente, e l'isolamento nella malattia, ladra di memoria e parole, a causa della mancanza di una rete sociale e familiare che possano essere di supporto.

In questo senso la tarda passione della protagonista per la poesia (si iscrive a un corso di scrittura quando la malattia avanza) si esprime in un contesto a dir poco ostile. In una realtà moderna e prosaica, nel senso peggiore del termine, la poesia, usata come mezzo per filtrare la bellezza che resiste, viene data per sempre persa.

Tuttavia credo che non sia facile prevedere la fine di un genere, specie se questo è nato insieme al bisogno umano della narrazione. Il film merita davvero di essere visto per gli spunti interessanti e le interpretazioni che ognuno può, a suo modo, cogliere.

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