8 febbraio 2012

Gioco e integrazione

Le società anglo-americane sono diventate prima della nostra, realtà multiculturali. Non sono mancate le problematiche per l'integrazione degli immigrati nei contesti occupazionali locali e nella stessa società. Gli studi di settore nell'area linguistica degli anni Settanta e Ottanta hanno considerato le motivazioni delle difficoltà maggiori, scaturite dal contatto tra persone appartenenti a culture e costumi diversi.

La lingua di partenza e la capacità di comunicare nella lingua nazionale costituiscono infatti un primo limite. Da sempre i rapporti interpersonali sono facilitati dall'uso di una lingua comune: per capirsi meglio, scambiare informazioni, nozioni, prodotti, sentimenti.

Nel Nord America e in Gran Bretagna gli studi in materia, dal carattere pragmatico e svolti con finanziamenti governativi, hanno indagato il comportamento verbale in gruppi di lavoro composti da immigrati e nativi. Per osservare come nella comunicazione quotidiana emergano facilmente pregiudizi, diffidenze e stereotipi. Di per sé imparare una lingua locale è un processo che avviene grazie alla socializzazione: in famiglia, a scuola e con gli amici. Gli immigrati invece apprendevano la seconda lingua in situazioni di stress e disagio economico.

Altri studiosi hanno osservato l'inserimento scolastico di bambini immigrati in contesti di classe. Courtney Cazden ha rintracciato nel gioco a nascondino un'attività ludica per coinvolgere bambini a seguire schemi e ruoli, e imparare parole nuove. Susan Ervin-Tripp, dopo aver studiato il comportamento di bambini di madrelingua mentre giocavano con bambini figli di immigrati, ha evidenziato come il gioco permetta di imparare per imitazione e senza troppi sforzi dai propri coetanei, fino ad apprendere, in attività più complesse (nel gioco collettivo per esempio), le regole che governano la conversazione e lo scambio della comunicazione, accompagnando i gesti alle parole.

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