10 luglio 2012

D'Annunzio cantore di vita

Il Novecento è stato un secolo definito "breve", che di breve ha in realtà ben poco perché le sue propaggini sono un lascito che rientra nel presente e, forse, nella determinazione del futuro. Quanto è stato fatto, nel bene e nel male, ha segnato con una certa evidenza la realtà in cui viviamo.
Da un punto di vista letterario il Novecento riflette nella poesia come nella prosa, le difficoltà storiche e i momenti contingenti, visto che l'attività creativa è spesso un riflesso o aspira ad essere un barlume per troncare il dolore o raccontare, in genere, quello che è la vita.
Il primo poeta italiano del Novecento che mi venga in mente, per reminiscenze scolastiche, che seppe declamare parole tali da collocarlo tra i cantori di vita, nei decenni difficili e drammatici del secolo passato, è Gabriele D'Annunzio.
In particolare il suo indimenticabile Inno alla Vita (in I Libri delle Laudi: "Maya").
Con un chiaro iniziale rimando a Francesco d'Assisi.

[...]
o Vita, o Vita,
dono dell'Immortale
alla mia sete crudele,
alla mia fame vorace,
alla mia sete e alla mia fame
d'un giorno, non dirò io

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