24 ottobre 2012

La magnifica ossessione




















BEATRICE PEDICONI
LA MAGNIFICA OSSESSIONE     
    
26 ottobre 2012 - 6 ottobre 2013

Mart - Museo di Arte Contemporanea di Trento e Rovereto
    
www.mart.trento.it

17 ottobre 2012

Abiti in viaggio

























MONICA BIANCARDI

Habitus
a cura di Ada Patrizia Fiorillo
MARTE - Cava de' Tirreni (Sa)
13 ottobre - 4 novembre


Del recente ciclo Habitus saranno accolti in mostra dieci sottovuoti, ovvero oggetti personali proposti in questa singolare veste formale, unitamente ad un video, della durata di 2'00" e ad una dia-proiezione fotografica della durata di 1'30", entrambi proiettati in loop. Si tratta di un recente e particolarissimo lavoro di Monica Biancardi, nel quale l’artista, contaminando il suo quotidiano occhio fotografico, si propone in una sorta di narrazione autobiografica con cui porre interrogativi. 
Gli oggetti, ovvero gli abiti che le sono appartenuti racchiusi sottovuoto, rappresentano metaforicamente una seconda pelle di cui Biancardi si sveste mettendo a nudo una parte di sé, prestata alla fruizione collettiva. È in qualche modo «un viaggio che – nota Ada Patrizia Fiorillo – porta l’artista a guardarsi dentro ed a mostrare il corpo dell’abito come simulacro vuoto ed allo stesso carico di sollecitazioni emotive. Lo fa servendosi di strumenti solo apparentemente diversi. Dagli oggetti al video, ovvero dal materiale all’immateriale corre la stessa sensibilità con la quale Monica è abituata a guardare la vita, a cogliere la bellezza delle immagini, riportate a nuova esistenza dal suo occhio interiore».


Cenere di biblioteche

Riello. Compleat Angler
Courtesy LipanjePuntin artecontemporanea
ANTONIO RIELLO
Diabolus In Vitro
a cura di James Putnam
Salon Vert - London - UK
23 ottobre - 1 dicembre

DIABOLUS IN VITRO è un estremo omaggio ad una delle grandi passioni della vita dell’artista: i libri, ed è anche una ambigua (come lo è la realtà...) "extravaganza" di un potenziale serial killer di libri, una vera e propria biblioteca virtuale formata dalle ceneri "reliquiate" di 100 diversi libri.
Dopo aver selezionato alcuni libri della sua biblioteca personale (il criterio di scelta è abbastanza arbitrario, come quello di un despota orientale, e avviene con una tempistica altrettanto non prevedibile, si tratta sempre comunque di libri che sono stati letti dall’artista e che hanno lasciato un segno nella sua formazione) egli li distrugge ritualmente con il fuoco e ne raccoglie le ceneri per porle all’interno di speciali reliquiari in vetro soffiato, disegnati e realizzati appositamente dall’artista stesso.

Attruia. Lettera minatoria

Attruia_Self-Portrait Obama 2012
Courtesy LipanjePuntin artecontemporanea















MATTEO ATTRUIA
Lettera minatoria
a cura di Leonardo Conti
PoliArt Contemporary - Milano
13 ottobre - 24 novembre

"Gentile Poliart Contemporary, Se non organizzerete entro un anno una mostra di Matteo Attruia prima o poi morirete, speriamo poi.  2007”.

Gentile Matteo Attruia, Signore e Signori,
la PoliArt Contemporary è lieta di presentare “Lettera minatoria”, mostra dedicata a Matteo Attruia, nonostante l’inaugurazione sia fissata per il 13 ottobre 2012. Decisamente in ritardo. Prima o poi moriremo, speriamo poi.

In mostra saranno esposti circa venti lavori scelti, tra cui una decina di “lettere minatorie”, le opere che danno il titolo alla mostra e che nel 2007 l’artista friulano ha cominciato a inviare a musei e gallerie. In questo ciclo, Attruia ha innescato, negli anni, un particolarissimo modo per relazionarsi con se stesso e con il mondo dell’arte, mescolando provocazione e autocommiserazione, sogni di grandezza e frustrazioni, presunzione e ironico autolesionismo. Basti citare altre due lettere minatorie, “La contatteremo noi” e “Le faremo sapere”, per comprendere come l’artista si sia posto immediatamente nella posizione di vittima precaria della sua stessa provocazione. È proprio in questo ribaltamento, che le lettere mostrano la fragilità del gesto narcisistico, “minando” l’autostima dell’autore.

Del resto, questa sorta di umorismo pirandelliano pervade molta della sua ricerca e un’altra opera, Via Matteo Attruia, è un cartello stradale bifacciale, in cui il narcisismo dell’autore (in vita si dedica una via immaginaria) da un lato del cartello si specifica come “artista” e, dall’altro, dolorosamente, confessa la sua posizione di “impiegato”.

In mostra, poi, sono visibili altre opere scelte, dalla produzione recente di Attruia, tra cui la geniale “…e i tuoi desideri si avvereranno (Wishes)”, una frugale vasca di ferro piena d’acqua in cui gettare monete, nella quale, al valore estetico dell’arte l’artista toglie tutto, tranne il “potere” di avverare desideri, ciò che nessun altro artista di fontane, da Bernini in giù, aveva certamente previsto. In un’altra opera, For sale, recentemente esposta a Parigi, l’artista mette in vendita un’ora del suo tempo a venire (incisa su una lastra metallica circolare), ora nella quale il collezionista che l’acquista potrà fare ciò che vuole con l’artista. Chiudono la mostra diverse altre opere come i Self-portraits, tra i quali emerge la fotografia di uno strano Obama con gli occhi e il naso di Matteo Attruia.

9 ottobre 2012

Natura, società e cambiamenti epocali

GIACINTO OCCHIONERO
Société à la coque

Z2O Galleria Sara Zanin
via della Vetrina 21 Roma
Fino al 17 Novembre

La personale di Giacinto Occhionero (Campobasso 1975) racchiude un ciclo pittorico di un promettente talento del panorama artistico contemporaneo. L'artista ha partecipato alla 54a Biennale di Venezia ed ha esposto in Italia e all'estero, New York, Atene, Salamanca. La sua grande disposizione per la pittura si conferma, da un lato, per il tratto distintivo, che ha continuato ad affinare dopo gli studi in Accademia, dall'altro per un dialogo, a distanza, attualizzato, con grandi nomi della Storia dell'Arte a cui fa riferimento – i Preraffaelliti (c'è un'Ofelia del Millais in versione pop), ritratti che si ispirano a quelli di Velasquez per fare qualche nome. Nelle tele più recenti prevale il colore, dai toni vivi, soffusi e audaci, che emerge con molta irruenza.

In Checkmate, una fra le tele monocromatiche esposte, in un terreno di alberi divelti, c'è posto per una tavola di scacchi, e per l'apparizione di una figura indistinta e inquieta, un omaggio a Ingmar Bergman. Wright or Wrong ci riporta, invece, alla naturalistica e sognante Casa sulla cascata di Richard Wright, padre dell'organicismo in architettura, aprendo un discorso sulla voce utopia in ambito architettonico. D'altro canto il legame tra società, uomo e natura è spesso tematizzato in varianti a cui lo spettatore moderno guarda con quel disincanto di chi si sa, consapevolmente, beffato su argomenti quali la buona gestione delle risorse naturali a disposizione da parte degli abitanti della terra. I cambiamenti climatici messi in atto dall'azione dell'uomo sono di nuovo evidenziati in Tea Room dove, in piena oasi, un gruppo di uomini assapora una singolare pausa del tè sotto l'ombra prodotta... da un caloroso pannello fotovoltaico.

Global Warming, una delle rare sculture in mostra, è una coperta avvolgente che soffoca la terra (la quale è stata posta ad hoc in un vero forno) e al cui centro c'è l'Africa, simbolo delle origini collettive. La tecnica adoperata da Occhionero nei suoi lavori - stesura per strati su materiali di plexiglas di smalti di carrozzeria, resi in un secondo momento evanescenti e soffusi da appositi solventi – rendono le immagini misteriose e trasmettono messaggi spiazzanti allo spettatore.

In Société à la Coque, con fare ironico, l'artista riproduce e concepisce la società simile a un uovo. In un gioco dadaista, l'immagine supera i limiti della convenzione per acquisire e comunicare un nuovo valore attraverso l'oggetto rappresentato. La terra contiene l'uovo dentro un vulcano che, per sua stessa natura, evoca calore, sommovimento dal basso. E infatti l'uovo-società è ripartito in due parti da una fittizia e poco angelica aureola che distingue il ceto basso dal ceto alto, per non perdere di vista il discorso sulla fitta stratificazione di classe che sussiste tuttora nella società moderna e da cui hanno origine spesso i cambiamenti e gli eventi che la riguardano.

2 ottobre 2012

Abita, curated by Pericle Guaglianone, is the first solo show by Marta Mancini. The exhibition will display a series of recent paintings, executed through the technique of acrylic on canvas, all medium-sized, except for a big-format one that will be exhibited in the project room of the gallery.
As Pericle Guaglianone writes: “Marta Mancini visions-interventions portray environmental situations with a cinematic, out of time trait, where a 'folk-tronic' idea of re-writing takes shape in exquisitely pictorial terms”.
Marta Mancini presents herself to a vast public for the first time; the works exhibited give account of her pictorial talent, of the system of references that constitute the backbone of each single work, and at the same time, of the freshness of her approach. From the exhibited canvases of “abita”, the artist's peculiarities emerge: her great creativity in the production of colours and the modalities in which she constructs the image through chromatisms, incorporating the graphic medium into the pictorial one (as she herself said: “in this case I didn’t draw before. the drawing is underneath”).
Galleria S.A.L.E.S., two years after Nicola Pecoraro show “The Wandering”, decided to house once again works by a young Roman artist, in an attempt to describe the current stirring and the level of quality reached by the new generation of artists that populate the urban panorama.
Marta Mancini lives and works in Rome, where she was born in 1981.
In 2006 she graduated at the Academy of Fine Arts in Rome.

Marta Mancini. Abita



Marta Mancini
abita

8 Ottobre –20 Novembre 2012
Galleria S.A.L.E.S
via dei Querceti 4/5
Roma

Prima personale di Marta Mancini, Abita, a cura di Pericle Guaglianone. La mostra è costituita da una serie di dipinti di recente realizzazione eseguiti con la tecnica dell’acrilico su tela, tutti di medie dimensioni tranne uno di grande formato, che verrà esibito nella project room della galleria. Come scrive Pericle Guaglianone: “Le visioni-intervento di Marta Mancini ritraggono situazioni ambientali di carattere cinematico fuori dal tempo, in cui prende corpo in termini squisitamente pittorici un’idea di ri-scrittura di tenore “folk-tronico.”

Con Abita, Marta Mancini si presenta per la prima volta al grande pubblico; le opere esposte in mostra danno conto del talento pittorico dell’artista, della rete di richiami – anche formali – che costituiscono l’ossatura delle singole opere e al contempo della freschezza del suo approccio, che, attraverso l’esaltazione del medium e della tecnica utilizzati, opera una rielaborazione inedita degli spunti che ispirano i lavori. Dalle circa dieci tele di Abita emergono quelle che sono alcune delle caratteristiche peculiari di quest’artista, quali la grande creatività nella produzione delle cromie e le modalità di costruzione dell’immagine attraverso il colore, che sfocia in un incorporamento del medium grafico in quello pittorico (come ha detto l’artista: “in questo caso prima non ho disegnato. il disegno è là sotto”). Scegliendo di esporre i lavori senza alcun particolare allestimento, si è voluto dar spazio alle opere in sè, lasciando che esse instaurino con lo spettatore una comunicazione senza filtri, arricchendole però ex-post della cornice critica fornita da Pericle Guaglianone.

La mostra vuole essere al contempo rappresentativa dell’attività e della ricerca che l’artista ha svolto sinora, d’altro canto, a due anni di distanza da “The Wandering” di Nicola Pecoraro, ha deciso di ospitare nuovamente i lavori di una giovane artista romana, nel tentativo di descrivere il momento di fermento di idee e della qualità raggiunta dalla nuova generazione di artisti che popolano il panorama capitolino.
Marta Mancini vive e lavora a Roma dove è nata nel 1981.
Si è diplomata presso l’Accademia di Belle Arti di Roma nel 2006.

English Version

1 ottobre 2012

Atmosfera e luci nell'arte fiamminga


VERMEER

Il secolo d'oro dell'arte olandese

Scuderie del Quirinale
Fino al 20 Gennaio 2013

Il secolo d’oro dell’arte olandese rappresenta l’opulenza e il benessere di un intero periodo storico, il XVII secolo che vide la conquista di una maggiore autonomia politica di Olanda e Belgio. Di Vermeer, il pittore di Delft, di cui ci sono giunti circa 40 dipinti, dei quali solo 15 firmati, conosciamo ben poco, a parte la conversione al cattolicesimo, testimoniata anche da alcune tele di tema religioso. C'è anche una moderna versione romanzata della vita legata al celebre ritratto, La ragazza con l’orecchino di perla, di Tracy Chevalier. Questo ritratto è uno fra i tanti esempi di questa sua pittura dai toni delicati e dalle luci soffuse.

I cinquanta artisti che, insieme a Vermeer, rientrano nella scuola olandese prediligono scene di genere, mentre il paesaggio, è ristretto talvolta in finestre che diventano vedute in miniatura. I soggetti – singoli o in gruppo – indossano preziosi, specie le perle, di cui era fiorente il commercio, e le stoffe dei vestiti sono lucide e variopinte nel caso di personaggi del ceto alto, oppure convivono con il rigore del clima calvinista con immancabili richiami alla vanità. Si ravvisa, nelle stanze o negli interni di chiese, la lezione prospettica di Leon Battista Alberti, mentre frequente è il gioco ottico che crea illusioni su primi piani e sfondo.

Il genere di pittura di Vermeer e dei suoi contemporanei fu improntato a un realismo legato anche alla committenza e alla destinazione delle opere. L’atmosfera conviviale ritrae famiglie che ascoltano musica o sono dedite a giochi di carte, i fedeli visitano chiese, le coppie si struggono, scrivendo lettere cosicché il corteggiamento viene narrato nell’alternanza di momenti di attesa e desiderio.

Fonte: G. Dorfles, S. Buganza, J. Stoppa, Storia dell'Arte.

Il ritratto di una coppia artistica















Frida Kahlo
Doppio ritratto
Diego Rivera

con un testo di Patrizia Cavalli


Fare un ritratto ad un artista non è semplice. Ogni tentativo rimane, inevitabilmente, parziale. L'artista è consapevole dei propri mezzi e li adopera per elaborare uno stile, un'identità che possa renderlo partecipe e allo stesso distinguibile dal genere di arte prodotta e oggi, diremmo, eseguita, nel tempo a cui appartiene.  A chi racconta sfugge sempre un tassello.
Il Doppio ritratto scritto da Frida Kahlo e Diego Rivera, è un pretesto per rendere più veritiera l'arte e così la vita di una coppia artistica di indubbia fama, come dietro le quinte. Frida Kahlo (1907-1954) è qui celebrata dal compagno non in quanto icona surrealista, bensì definita quale la pittrice più rappresentativa dell'arte messicana del suo tempo. Inoltre, secondo Rivera, rispetto a tanta falsa arte europea e non, c'è nelle tele di Frida il tratto particolare che raggiunge la grandezza dell'universale. Diego Rivera (1886-1957), viene raccontato da Frida con la naturale nota affettiva che li ha uniti, scrivendo però del lavoro e della personalità del marito con oggettiva sincerità.
Il testo si chiude con una riflessione di Patrizia Cavalli. La poetessa ha considerato la pittura autobiografica di Frida, fino a rintracciare in essa una teatralizzazione del dolore corporeo in composizioni dotate di un'araldica che si esprime in oggetti comuni e animali, entrati a far parte della sua arte.