9 maggio 2014

La scuola non serve a niente

La scuola non serve a niente
Andrea Bajani


Ho letto il saggio di Andrea Bajani dopo averlo acquistato in edicola, a distanza di tempo dalla sua uscita con il quotidiano Repubblica. Il titolo mi ha letteralmente fulminata perché volendo essere sinceri mai constatazione mi è parsa più veritiera e concreta a distanza di anni dai miei studi,  a dispetto di tanti discorsi farciti di retorica e idealismo su una presunta utilità dello studio. La constatazione emerge nel corso di un gioco sulla coniazione di nuovi termini che l’autore suole fare alla presenza di ragazzi che visitano il Salone del Libro di Torino. Una ragazza quindicenne propone la suddetta frase e il termine Rinucianesimo per descrivere l’intenzione sua e dei genitori dell’abbandono scolastico. Quanti e da quando, di generazione in generazione, hanno smesso di credere alla scuola come base dell’avanzamento sociale nel nostro Paese? Di fronte a tassi di disoccupazione che non si riscontravano da decenni, chi può ancora sostenere che la scuola permetta di trovare lavoro? Si tratta, argomenta nel suo contributo Marco Lodoli, anche di sancire la fine di un’educazione, quella umanista, che non ha più l’appeal necessario per far breccia nel cuore e nella mente di un adolescente di oggi. Lo scopo sarà trovare nuove forme di didattica, un dialogo tra parti tuttora separate in casa – gli insegnanti da un lato, gli studenti dall’altro – auspicare che la scuola non si riservi d’essere un mero esercizio mnemonico di nozioni, ma parte attiva entro una comunità dove l’istruzione dia a nuove generazioni la possibilità di cambiare il mondo e agli insegnanti trasmetta il ruolo responsabile di questa importante funzione di passaggio e transfert di contenuti. Andare a scuola non per scaldare la sedia, secondo un assunto comune tra gli studenti, ma per appassionarsi al sapere, ritrovando quell’interesse capace di muovere, scuotere e aprire nuove realtà.

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