30 marzo 2015

Chagall: intreccio di arte e vita




CHAGALL
LOVE AND LIFE


A cura di Ronit Sorek



Chiostro del Bramante
Via della Pace, Roma
16 Marzo-26 Luglio 2015



Nello spazio architettonico del Chiostro del Bramante si tiene una mostra interamente dedicata all’artista russo Marc Chagall (1887-1985), pittore originale ed unico nel panorama artistico del Novecento.
Originario della città russa di Vitebsk, che anche a distanza di anni e luoghi di residenza ispirò l’artista in numerosi suoi paesaggi, Chagall fu un grande viaggiatore e assimilò i fermenti artistici di ogni posto in cui visse, facendoli propri in modo del tutto personale attraverso una rielaborazione formale e cromatica. 
A Parigi visse a stretto contatto con Modigliani, Soutine, conobbe Apollinaire, i Cubisti e le avanguardie francesi ma rimase un pittore fedele a se stesso per temi, simboli, soggetti, e interpretazione della realtà. In lui affiora sempre forte il ricordo, dei luoghi dell’infanzia, delle feste e delle tradizioni ebraiche, di personaggi fantastici, mentre costante è la ripetizioni di elementi dal misterioso significato, come la donna, la mucca, il gallo, le coppie di innamorati, il violinista, il viandante, figure favolistiche sospese sullo sfondo, tra cielo e terra alla ricerca di una spirituale sospensione dall’ordinario.
L’arte di Chagall è infatti resa inconfondibile dalla dimensione sognante dei suoi quadri, dall’incanto che seppe creare in scene di convivialità, in paesaggi dove introduce figure umane o animali capovolti facendo del quadro una finestra sulla realtà la cui immagine, così scomposta e senza prospettiva, apre all’artista un mondo in cui evadere, invisibile e nascosto nelle pieghe del suo sentire.
140 le opere esposte, tra dipinti, disegni e stampe, documentano la versatilità di Chagall che fu non solo apprezzato e stimato pittore ma anche un prolifico illustratore di argomenti letterari e biblici. Fu infatti autore e illustratore delle memorie d’infanzia di Ma Vie, la sua autobiografia, come pure illustratore delle immagini dei libri di Belle, l’amatissima moglie, Burning Lights, First Encounter e From My Notebooks. L’artista rimediò a una mancanza di una tradizione ebraica nelle arti visive illustrando la Bibbia e fu infine un prolifico illustratore delle Anime morte di Gogol e delle Fiabe di La Fontaine.
Chagall, che sapeva accostare colori opposti senza mai risultare stridente, e il suo lascito artistico sarebbero incomprensibili senza conoscerne le radici, la piccola cittadina russa dove è nato e cresciuto, la cultura e la religione ebraica. A differenza di molti suoi contemporanei, fu un pittore dallo sguardo ottimista e gioioso, sia che narri stati d’animo di tristezza o di allegria, è sempre alla luce di una speranza di salvezza e rinascita.

27 marzo 2015

La cultura entra in un centro commerciale


Libri al centro

Dal 13 al 19 aprile a Cinecittàdue la seconda edizione dell’unico festival di una settimana intera in un centro commerciale. Diretto da Ippolito con scrittori di grande richiamo di narrativa e saggistica. Apre Iacona, poi Almerighi, Boncinelli, Carandini, Casadio, Damilano, De Cataldo, Gazzola, Giorgione, Gratteri, Koch, Latella, Lillo, Marcellini, Marone, Marzano, Nisini, Presta, Pruzzo, Terranova e Vergassola.


Questa rassegna letteraria ha una particolare rilevanza sociale per l’occupazione, nel vero senso della parola, di un centro commerciale con la cultura. E anche per il fatto che Cinecittàdue si trova in un’area di Roma ad alta densità abitativa, ma estranea alle grandi manifestazioni che privilegiano il centro storico. La promozione della lettura avviene pertanto con caratteristiche originali in un paese che ha visto scendere in Italia il numero dei lettori di almeno un libro in un anno dal 46% del 2012 al 41% del 2014, in base ai dati Istat. Insomma con il festival, davvero “Libri al centro”.
L’evento, organizzato da Cinecittàdue con la collaborazione delle Librerie Arion e di Espressamente Illy, non ha pari. L’ambizione è forte e Ippolito lo dice apertamente: “Portare gli autori italiani più importanti all’interno di un centro commerciale per sette giorni di seguito a molti poteva sembrare una pazzia. Ma il successo ottenuto con la prima edizione ci ricorda, ammesso sia necessario, che scommettere sulla cultura non è mai una pazzia. Tuttavia non ci basta. Quest’anno vogliamo fare ancora di più, coinvolgendo ancora più persone e continuando a valorizzare la vitalità della cultura italiana in un luogo sinonimo di vitalità. A Cinecittàdue si viene per stare insieme e ricevere nuovi stimoli”.
La vitalità di cui parla il direttore editoriale si traduce in un programma ricchissimo, che spazia dai romanzi all’attualità passando per la politica, l’arte, la fotografia, lo sport, la cucina, con i libri pubblicati da Bur, Chiarelettere, Contrasto, Einaudi, Fazi, Feltrinelli, Gambero Rosso, Longanesi, Mondadori, Mondadori Electa, Rizzoli, Ultra e Utet. I diciotto incontri e “I tanti Pasolini”, la mostra fotografica dell’Archivio Riccardi, curata da Giovanni Currado e Maurizio Riccardi, si svolgono nella terrazza “Espressamente Illy”, al terzo livello, perfettamente integrata con tutti i negozi dei livelli inferiori e affacciata sulla “piazza” del centro commerciale, pertanto un punto strategico che gode della massima visibilità. Nei giorni del festival sono previste anche degustazioni a cura dell’Associazione Romana Sommelier.
Osserva Marcello Ciccaglioni, presidente dell’Associazione Commercianti di Cinecittàdue e del gruppo Arion: “La prima edizione di 'Libri al centro' è sembrata un miracolo, ma forse il vero miracolo è continuare sulla stessa strada, cosa per nulla scontata. L’impegno dei commercianti è un segnale importante per la valorizzazione dei nostri talenti e delle risorse intellettuali”. Sono infatti i negozianti a finanziare completamente il festival. Cinecittàdue si conferma una realtà dinamica, capace di dialogare con le istituzioni locali e di farsi voce delle esigenze dei cittadini e del territorio.

Libri al centro www.librialcentro.com  
Da lunedí 13 a domenica 19 aprile 2015 
Con la collaborazione di Librerie Arion e Espressamente Illy
Patrocinio dell’Assessorato Cultura e Turismo e di Biblioteche di Roma 
Evento studiato dal Master Editoria, Giornalismo e Management culturale dell'Università La Sapienza 
Centro commerciale Cinecittàdue Viale Palmiro Togliatti 2, Roma
Metro A fermata Subaugusta e Cinecittà
Direttore editoriale: Roberto Ippolito   

26 marzo 2015

Il dimenticato Ottocento




Artisti dell’800
Temi e Riscoperte
Galleria d’Arte Moderna
Via Francesco Crispi 24, Roma
Fino al 14 Giugno 2015


La Galleria d’Arte Moderna custodisce opere rappresentative delle tendenze artistiche post risorgimentali e del Novecento attive nella Capitale, per un complessivo di ben tremila facenti parte della attuale Collezione di via Crispi, all’interno dell’antico monastero delle Carmelitane Scalze. Il primo nucleo di questo museo venne inaugurato a Palazzo Caffarelli in Campidoglio e nel 1931 venne trasformato in Galleria Mussolini. Vasta è la presenza di capolavori degli anni Trenta: De Chirico, Mafai, Severini, Morandi, Capogrossi, Afro, Carrà, Sironi, Manzù tra i tanti artisti ospitati.
Ad apertura del percorso museale ci si imbatte nella Cleopatra di Girolamo Masini che riprende un personaggio emblematico e seducente tipico dell’arte e della letteratura di fine Ottocento. Cleopatra, imponente nelle fattezze, assume una posa meditabonda e malinconica, accasciata sul dorso di un leone, descritta nel dettaglio delle pieghe della gonna, dei sandali, dei monili e del cesto di frutta con l’aspide poggiato di fianco che nella riproduzione omaggia lo stile caravaggesco.
Tra le altre sculture ritroviamo la Bagnante di Marini, gli Amanti di Primi e il Pescatore di anguilla di Basaldella, a sorpresa poi si possono incontrare un Busto di Signora di Rodin e sculture di Naiadi di Mario Rutelli simili a quelle destinate alla fontana realizzata per piazza della Repubblica. 
Uno spazio apposito è riservato allo scultore napoletano Vincenzo Gemito (1852-1929), autodidatta verista dalla vita travagliata e turbolenta (si ammalò di sifilide a Parigi e rientrato in Italia dopo l’internamento in manicomio, visse per venti anni chiuso nella sua stanza). Di Gemito, che trovava i suoi modelli nei vicoli del centro partenopeo e prediligeva materiali plasmabili come cera, terracotta e bronzo, si possono ammirare i ritratti della moglie Anna, modella di cui è anche presente un ritratto del pittore Morelli, e il busto di Verdi oltre a una sezione su alcuni busti, studi e bozzetti per una statua equestre di Alessandro Magno.
La mostra Artisti dell’800 è invece interamente dedicata agli artisti di un periodo storico ricco di fermenti e caratterizzato da profondi cambiamenti sociali ed economici che segnano l’inizio di una nuova epoca. Le opere documentano il periodo che va dalla seconda metà dell’800 agli anni Venti del secolo successivo. Il percorso si articola in sei sezioni tematiche. La prima L’arte a Roma contiene esempi della pittura del paesaggio, le opere di Nino Costa come Alla fonte – La ninfa del bosco, ispirano la pittura simbolista di Giulio Aristide Sartorio di cui è ospite in sala Le vergini savie e le vergini stolte. Un capolavoro dimenticato che occupa un’intera parete è La Passeggiata al Pincio di Leroux.
A seguire Visione e sentimento del Nord e Atmosfere meridionali dove spicca Il Tasso presso sua sorella a Sorrento di Altamura. Queste sezioni hanno in comune con la prima l’appartenenza alla poetica del vero e il passaggio verso il Decorativismo e le correnti simboliste.
Si procede con l’interessante sezione del Ritratto che si richiama alla tradizione nello scopo di definire il ruolo sociale e il ceto di appartenenza, ma cerca anche di cogliere la fisionomia e lo stato d’animo del personaggio sotto l’influenza della nascente fotografia. Affascinanti sono i ritratti di donne, signore borghesi e fanciulle, da segnalare un Ritratto di Fattori di Guglielmo Micheli.
La quinta sezione Classicismo e richiamo all’antico racchiude opere che traggono ispirazione dall’antichità: dalle vedute di rovine romane alle scene storiche e neopompeiane. L’ultima sezione Intimismo, quotidianità, scene di vita popolare è la più varia per soggetti e momenti di vita rappresentati, trae spunto dai rapporti umani, da stati di solitudine, abitudini di vita, lavoro e ha uno sguardo sulle scene di vita quotidiana e popolare dal taglio intimistico di origini caravaggesche e debitore dell’arte fiamminga e olandese del Seicento. Qui si passa da Il Bacio di Ferraresi alla Indovina del medesimo, per continuare con La moglie al sole di Moggioli agli abbracci teneri e avvolgenti delle Maternità – donna con bambino di Chiesa e Affetti – Maternità di Gaudenzi.
Artisti dell’800 è una mostra che si rivela un vero e proprio dialogo, a più voci, tra artisti italiani ed europei che nella rappresentazione di una veduta, in un piccolo scorcio di mondo, nella descrizione dei tratti di un personaggio, offrono al visitatore un panorama dell’arte romana di un altro tempo, di un secolo trascurato, talvolta ripudiato e poco studiato, di cui è invece piacevole e stimolante riscoprirne i temi della narrazione e gli oggetti del racconto storico-artistico.
Galleria d'Arte Moderna di Roma

16 marzo 2015

Casina delle Civette

Vetrate in stile Liberty alla Casina delle Civette



La Casina delle Civette è uno spazio museale singolare all’interno di Villa Torlonia e del suo parco. Un museo insolito ed originale, derivante dalla costruzione progettata nel 1839 dall’architetto Giuseppe Jappelli e trasformata nel Novecento, con aggiunte e modifiche alla struttura principale, fino a diventare un villino in stile eclettico, residenza del principe Giovanni  Torlonia. 

Il nome è legato al motivo decorativo ricorrente della civetta. La casina è impreziosita dalle molte vetrate policrome in stile Liberty realizzate dal maestro vetraio Cesare Picchiarini e dal suo laboratorio. Con l’apertura al pubblico la collezione originaria è stata arricchita da vetrate, disegni, bozzetti e cartoni preparatori del suddetto Picchiarini, e di altri vetrai come Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Peschetto.
Il fascino di questo luogo si lega alla tradizione nobiliare di dare un nome ad ogni ambiente di questa dimora dall'aspetto così favolistico. Ogni stanza richiama infatti temi ed elementi decorativi che abbelliscono le pareti o i pavimenti. 
C’è un fumoir, un primo ambiente arredato a suo tempo con mobili in vimini con un inglese bow-window che si affaccia sul parco, decorato con una ghirlanda di fiori e nastri. La sala ospita opere di Peschetto, autore di disegni preparatori di vetrate destinate a chiese metodiste e valdesi di Roma.
A seguire il salottino delle 24 ore ricavato da un cupolino ottagonale, ideato in origine come cucina e destinato dal principe a salotto. Sulla volta, tra tralci di rose, si svolge la danza delle ventiquattro ore.
La stanza dei trifogli al pianterreno riprende il tema vegetale negli stucchi del soffitto e nei pavimenti, nella sala da pranzo invece boiseries in legno ricoprono le pareti decorate da intagli con fronde e bacche d’alloro, mentre gruppi di tre spighe scandiscono i pannelli. Nella sala ci sono bozzetti di Bottazzi raffiguranti meduse, voli di cigni, cadute di gigli.
La stanza del chiodo prende nome dalla vetrata a forma di chiodo, opera di Cambellotti con decorazione a foglie e grappoli d’uva, mentre nella stanza delle civette è esposta una vetrata del medesimo, composta da tre pannelli con raffigurate civette tra tralci d’edera e nastri.
Il bagno del principe era un tempo ornato da maioliche con disegni di ninfee, mentre la stanza da letto non conserva quasi nulla dell’arredo originario, a parte una specchiera, una scrivania e una testata del letto. In un vano c’era “La civetta della notte” del Cambellotti, di cui si conserva solo un bozzetto.
Il salottino dei satiri è stato ricavato dalla sommità del cupolino ottagonale al piano superiore e deve il suo nome dalla serie di piccoli satiri in stucco seduti lungo il bordo dell’occhialone aperto sulla lanterna. La stanza degli ospiti contiene vetrate del Picchiarini con bozzetti dei suoi laboratori: rose, gocce, gigli, fiori stilizzati, motivi vegetali e pesci, rane e canne dominano la scena.
La stanza delle rondini è così detta perché in origine aveva il soffitto dipinto con voli di rondini, mentre il tema è ancora presente nelle vetrate e negli stucchi. La stanza dei ciclamini è così chiamata per il pavimento in graniglia, mentre la stanza della torretta è ricavata dalla torre di stampo medievale.
Sempre al piano superiore, nel labirinto delle stanze di questa costruzione, il balcone delle rose, con vetrate ideate da Peschetto, rende omaggio a questo fiore, con vista sul parco.
L'uscita attraverso la scala delle quattro stagioni permette di concludere in bellezza, tra pareti e sopraluce ispirati dal tema degli uccelli migratori o da spighe di grano e papaveri.

Risotto abbinato ad arancia e zenzero

Oggi mi sono dedicata a un piatto sperimentale, nello specifico un primo abbinato allo zenzero e all'arancia, un frutto di stagione che a mio parere si presta bene per primi, secondi e dolci. Il risultato è un piatto rapido da realizzare, dal sapore contaminato e leggermente speziato.

INGREDIENTI 
(Dosi per due persone)
Brodo vegetale
Riso per due
Un cucchiaino scarso di zenzero
La spremuta di un'arancia
Olio
Cipolla
Sale
Vino bianco
Una noce di burro
Formaggio facoltativo


Sconsiglio di ricorrere a dadi già pronti per il brodo vegetale, è preferibile il fai da te con l'aggiunta di una foglia d'alloro nel brodo per arricchirlo di odori. A parte, in un tegame fondo o in una pentola wok, soffriggete poca cipolla e dopo un pò versate il riso, unito allo zenzero e alla spremuta di arancia. Mantecate il riso con il brodo vegetale e sfumate con poco vino bianco e una noce di burro. A cottura ultimata, una spolverata finale di formaggio è facoltativa.

Claudio Palmieri. Natura e artificio



Claudio Palmieri
NATURALMENTE
Opere dal 1985 al 2015

8 Febbraio-12 Aprile 2015
Museo Carlo Bilotti
Aranciera di Villa Borghese, Roma


Lo spazio accogliente del Museo Bilotti di Villa Borghese ospita una mostra dedicata al tema della natura così come è interpretato nell’attività artistica di Claudio Palmieri (Roma 1955), nel ciclo di un trentennio di pittura.
Già il titolo della mostra tradisce un’ambivalenza tra natura e mente, esprimendo l’idea che a uno sguardo contemporaneo consapevole, la natura, il cui vero significato è indicibile e inspiegabile alla percezione umana, nella sua unicità rimane distante e inafferrabile. D’altronde nell’artificialità del mondo attuale l’uomo ha perso non tanto l’attitudine, di matrice romantica, alla contemplazione, ma il tipo di suggestioni ricavate dalla natura evocata. 
Cambiano attualmente i mezzi e gli oggetti dell’osservazione cosicché l’artista si ritrova a rintracciare la bellezza della natura creata in frammenti di lamiere industriali, in macchie di smalto sintetico usando successivamente in modo allusivo materiali come metalli, pigmenti, cera e smalti con cui può sperimentare sul piano creativo.
Le tele esposte hanno una forte valenza evocativa, perché tendono a suggerire la ricerca dell’artista della bellezza descritta in un mare verde, in un campo giallo o in un albero di luce. Prevale in questi campi sterminati di colore una pennellata rapida e carica di pigmento mentre nei successivi esiti si apre a uno schema floreale, dove il soggetto appare singolarmente o in un contesto specifico. È la serie del fiore o germinazione quella più caratterizzata da elementi antinaturalistici quali la ceramica e le lamiere accartocciate. 
La compresenza di naturalezza ed artificio è tipica nelle nature dove Palmieri introduce direttamente fiori e rami come parte integrante della tela, impastati nel pigmento o nella cera con pennellate dal tratto impressionistico.
L’occhio del visitatore si sofferma in una sosta silenziosa su nature alchemiche, fiori scarlatti, giardini, paesaggi, nuvole e fossili in un caleidoscopio della natura visibile, coinvolto in una visione empatica e tuttavia razionalmente distaccata di quest’ultima,  in senso moderno.

Biografie al cinema

Mi son chiesta quali film della quasi ormai passata stagione invernale rivedrei volentieri e la scelta non è stata difficile perché tra vite di poeti e artisti, quest’anno non ci è mancato niente.

Il giovane favoloso per esempio, dal tono fortemente biografico, riguarda la vita di un autore tra i maggiori dell’Ottocento culturale italiano come Giacomo Leopardi. Seppure bistrattato per il pessimismo cosmico che gli viene attribuito e inviso a molti studenti anche a posteriori, lontano dai banchi scolastici, il poeta di Recanati si presenta nell’interpretazione di Elio Germano in tutta la sua sensibilità e nella statura morale di un intellettuale pronto a rivendicare un suo legame con la vita e una passione per essa, negando con fermezza che la sua visione filosofica e di mondo possa essere connessa alle sue sofferenze sul piano fisico.

Il tono biografico è in comune ad altri due film di quest’anno cinematografico come Big Eyes e Turner. Il primo è dedicato all’artista americana Margaret Ulbrich in arte Keane, che coniugata con un altro artista di strada assiste impotente e passiva al successo del marito che spaccia i suoi quadri per propri. Il film vale soprattutto per essere il racconto di un riscatto e di una consapevolezza matura, dell’appropriazione indebita dell’oggetto creativo.

Anche Turner di Mike Leigh è senza dubbio un ritratto di vita d’artista. Il pittore inglese che ha aperto la strada alla modernità, appare nella sua rappresentazione come un eccentrico e singolare personaggio, smodato nella sua dedizione alla pittura e nel metodo con cui si esponeva alle impressioni che questa può suscitare in tutta la sua maestosità, in un mare in tempesta o agitato dal vento. 

Una nota a margine per il film, anch’esso biografico, sullo scienziato britannico Stephen Hawking, che tramite La teoria del tutto, grazie all'estrema bravura e capacità di immedesimazione dell'attore protagonista, ha saputo meglio di altri comunicare quanto sia possibile alla mente umana spaziare e superare limiti e gli ostacoli posti dalla malattia e dalla sofferenza fisica. Perché le facoltà umane possono andare oltre al limite corporeo e raggiungere orizzonti insperati.  

10 marzo 2015

Il racconto di Kaarina Kaikkonen: mosaici e frammenti del quotidiano



KAARINA KAIKKONEN


28 marzo – 16 maggio 2015
opening: SABATO 28 MARZO 2015, h. 18.00-20.30
z2o Sara Zanin Gallery, Via della Vetrina 21, Roma




Presso z2o Sara Zanin Gallery si terrà a breve la terza personale dell’artista finlandese Kaarina Kaikkonen.  
L’alfabeto di Kaarina Kaikkonen si alimenta di frammenti di esistenze e storie quotidiane che, come piccoli tasselli di un mosaico corale, si legano e stratificano costituendosi in un linguaggio individuale ma universalmente riconoscibile.          
Questi frammenti non sono altro che abiti e oggetti quotidiani in disuso, recanti le vivide tracce della vita che li ha preceduti, testimoni silenti di una storia o moniti alla memoria. Camicie, scarpe, giacche e posate, come monumenti di esistenze passate, divengono depositari di valori storici, sociali, etici e politici in dialogo con il luogo nel quale si trovano a rivivere.         
All’apparenza fragile e lieve, come può esserlo solo un pezzo di stoffa lasciato libero al vento, l’opera di Kaarina Kaikkonen è invece appesantita, irrigidita e inamidata conquistandosi, nel tempo e nello spazio, una propria valenza di monumento persistente e tenace.        
L’abito come sensibile pellicola che separa e, allo stesso tempo, relaziona l’essere umano con l’ambiente che lo circonda, propagazione dell’identità dell’individuo nella società. Come spiega l’artista, l’indumento conserva i segreti che le persone si portano dentro, farne materia prima per le opere è un modo per coinvolgere segmenti di vita dei singoli individui nella propria arte, sublimandola in corale ed universale. L’opera è concepita attraverso una sensibile predisposizione dell’artista all’ascolto del luogo, alla sua storia e al tessuto sociale che lo anima. Le modalità di lavoro dell’artista ne sono la premessa: il coinvolgimento e l’intervento delle persone del posto, chiamate a donare i propri abiti dismessi o a collaborare alla realizzazione delle installazioni, sono i dispositivi attivatori di dinamiche relazionali e partecipative volte a ristabilire una condizione di coesione e senso di appartenenza del singolo individuo nel contesto sociale.
Lo sconfinamento della scultura nell’installazione e, sua volta, nello spazio architettonico o nella natura, è l’esito del legame profondo che viene a costituirsi tra l’arte, la vita, la geografia e la storia, in un sodalizio non solo estetico ma etico.      
La stessa forma estetica delle opere dell’artista, solitamente connotata da un struttura modulare nella quale ciascun elemento è connesso all’altro, in un complessivo legarsi e sovrapporsi, crea un tessuto metaforicamente sociale, nel quale il singolo individuo si unisce all’altro per costituire una comunità, a sua volta individuata da un luogo, da una storia e da una cultura. 
Il grande potere di immediatezza delle opere di Kaarina Kaikkonen risiede proprio nel loro valore antropologico, ovvero di saper raccontare una storia, di lasciarsi leggere senza l’aiuto di una didascalia, poiché i paesaggi e le geografie composte dall’artista non sono altro che paesaggi di persone con le loro geografie interiori.

9 marzo 2015

L'intima vita delle cose in Giorgio Morandi

Giorgio Morandi 1890-1964
Roma, Complesso del Vittoriano
28 Febbraio-21 Giugno 2015


L’ampia rassegna dedicata all’artista bolognese (1890-1964), visitabile presso il Complesso del Vittoriano fino giugno, ospita un centinaio di opere tra disegni, acquerelli, oli e incisioni. Tutte tecniche in cui Morandi eccelleva, dando prova con la sua vasta produzione di essere uno dei maggiori artisti del suo tempo nel panorama locale e internazionale del Novecento.

Una mostra articolata sui grandi temi in cui si è cimentato l’artista: fiori, nature morte e paesaggi.  L’aspetto più peculiare di Morandi è la dedizione con cui si è applicato nel ritrarre la vita e quasi, a mio dire, il suono misterioso degli oggetti perché nel ricorrente ripetersi di imbuti, bricchi, vasi, bottiglie e oggetti da cucina, come pure nella rappresentazione di conchiglie da cui sembra quasi scaturire l’eco delle onde del mare, in tutto questo,  Morandi non scade mai nella monotonia, né sul piano cromatico, né tanto meno in una banale, scontata, piatta e realistica riproduzione.

Il suo appare come un universo poetico, spesso dominato dall’aspirazione alla sintesi e a un’essenzialità compositiva raggiunta su un piano astratto e rarefatto di forme e colori, con un chiaro ed evidente richiamo alla geometria dei volumi che già Cézanne aveva teorizzato e ravvisato in ogni aspetto del mondo fenomenico che non è tale e quale come appare alla nostra retina ma ben diverso e caratterizzato da un tripudio di coni, cilindri, sfere, cubi. Morandi pose alla base di quelle che chiamava variazioni sul tema, la costante ricerca dell’essenza delle cose perché nell’estrema e umile semplicità di un oggetto si tocca il fondo e si rintraccia appunto quella che lui stesso definiva l’essenza delle cose, animate da un significato del tutto nuovo che sfugge alla cruda percezione e alla mera apparenza.

Personalità riservata e lontana da specifiche appartenenze a correnti o gruppi intellettuali suoi contemporanei, Morandi visse coltivando la sua personale ricerca espressiva tra la casa di via Fondazza a Bologna e quella sull’Appennino, a Grizzana, i cui paesaggi furono spesso rappresentati dall’artista. Maestro di disegno alle elementari, ottenne la cattedra di Incisione all’Accademia di Belle Arti per gli esiti raggiunti in questa tecnica pittorica. Riconobbe e studiò la pittura toscana, in particolar modo Masaccio e Giotto, e non fu lontano dallo stile dei maestri del passato come Renoir per i suoi fiori, Corot e Cézanne tra gli altri.

Se dovessi dare delle motivazioni per vedere dal vivo delle opere di Giorgio Morandi, ci sarebbe senza dubbio l’originalità dello stile di questo artista, e il fatto che non ci si stanca mai di ammirare una sua opera quasi si venisse rapiti con un semplice sguardo da opere che, anche in un raccolto e piccolo formato, non smettono mai di trasmettere una intrinseca personalità delle cose rappresentate, animate da richiami a motivi e temi quotidiani che li rendono partecipi di un sentire intimo e tutt'ora vivo.

5 marzo 2015

Crostata alla marmellata di lamponi



Questa crostata è molto semplice da realizzare, richiede poco tempo per la sua preparazione ed è una deliziosa apertura al mattino, per la colazione, un gradevole spuntino a metà giornata o un appagante accompagnamento a fine pasto. La base è una classica crostata la cui pasta è resa ancor più frolla dalla presenza del latte, mentre la marmellata ai lamponi soddisfa i palati particolarmente esigenti in fatto di sapori perché conferisce alla crostata un gusto non eccessivamente dolce, come avviene invece con confetture alla pesca o all’albicocca.

BASE
250 g di farina
5 cucchiai di zucchero
1 cucchiaino di lievito per dolci
1 bustina di vanillina
1 bicchiere di latte
80 g di burro
1 pizzico di sale
1 uovo

RIPIENO
1 confezione di marmellata ai lamponi di 350 g

Tempo di cottura: 25 minuti nel forno preriscaldato a 180°