28 maggio 2015

SARAH KINZEL: der Deutsche Künstlerverein in Rom



Casa di Goethe
Museo | Biblioteca | Foyer italo-tedesco
Via del Corso 18 (Piazza del Popolo) | 00186 Roma | Tel. 0632650412

Donnerstag, 4. Juni 2015
18.30 Uhr
Vortrag (in deutscher Sprache)
SARAH KINZEL
Der Deutsche Künstlerverein in Rom zwischen Patriotismus und Weltbürgertum
1845 gegründet war der Deutsche Künstlerverein in der zweiten Hälfte des 19. Jahrhunderts eine feste Größe des gesellschaftlichen wie künstlerischen Lebens in Rom. Für Künstler und Kunstfreunde wurden dort Ausstellungen, Aktkurse, kunsthistorische Vorträge und gemeinsame Zeichenausflüge ins römische Umland organisiert. In der vereinseigenen Bibliothek konnte man neben Klassikern der deutschen Literatur aktuelle Tageszeitungen und Fachzeitschriften studieren. In den Räumlichkeiten des Vereins fanden Konzerte und Liederabende, aber auch zahlreiche Feste und Tanzveranstaltungen statt.
Diese vielfältigen Initiativen dienten nicht allein dazu, den Zusammenhalt der deutschen Künstlergemeinde zu stärken, sondern ermöglichten es zugleich, erste Kontakte zu italienischen Kollegen zu knüpfen und bereits bestehende Beziehungen zu pflegen. Der Vortrag gibt einen Einblick in das Wirken des Deutschen Künstlervereins in Rom um 1900, wobei der Schwerpunkt auf der kosmopolitischen Ausrichtung der Vereinsarbeit liegen soll.

Sarah Kinzel (geb. 1986 in Großröhrsdorf) studierte Kunstgeschichte und Kulturwissenschaft an der Humboldt-Universität zu Berlin. Ihr Dissertationsprojekt „Soltanto domandar un tedesco?“ Deutsch-italienischer Künstleraustausch in Rom 1870 bis 1915 (Arbeitstitel) wird von Prof. Dr. Arnold Nesselrath betreut und untersucht die privaten wie beruflichen Beziehungen zwischen deutschen und italienischen Künstlern in der jungen italienischen Hauptstadt. Von Oktober 2011 bis März 2015 ermöglichten ihr  Promotionsstipendien der Humboldt-Universität sowie der Bibliotheca Hertziana einen Forschungsaufenthalt in Rom, wo sie u. a. im Archiv des Deutschen Künstlervereins in der Casa di Goethe arbeitete.

26 maggio 2015

Mangia come parli



Alla Casa delle Traduzioni martedì 9 giugno ore 17,30-19
Via degli Avignonesi, 32 00187 Roma


Eva Valvo
Mangia come parli. Divagazioni intorno alla lingua del cibo

“Parla come mangi”, dice il proverbio. Ma in che lingua mangiamo? Il cibo è vita, storia, tradizione e la lingua che parla di cibo spesso nasconde racconti affascinanti di incontri e ibridazioni che avvengono a tavola. Ad esempio la storia della parola maccarruni che, partita dalla Sicilia medievale, ha finito per indicare la pasta di grano duro in italiano standard e dei biscotti a base di mandorle e albumi d’uovo nelle altre lingue europee. O quella dei “danesi”, le celebri paste sfogliate ripiene diffuse in tutto il mondo, che in Danimarca si chiamano wienerbrød, ovvero “pani viennesi”, e in Austria hanno il nome diKopenhagener, cioè “copenaghesi”. La Danimarca ha una forte e originale tradizione dolciaria, che non manca però di mostrare debiti e punti di contatto con altre culture. Ed è così che una ricerca sulla tradizione alimentare danese ha finito per svelare affascinanti rapporti interlinguistici ed interculturali: i nomi di dolci danesi nascondo di tutto, dalle parole inventate allo scopo di suonare francesi agli shibboleth usati per scovare le spie durante la seconda guerra mondiale, dai prestiti dall’ebraico/yiddish agli altisonanti nomi presi dal mondo del teatro o della letteratura. La storia dei dolci danesi diventa così un pretesto per riflettere sulla lingua del cibo.

Eva Valvo, nata da madre danese e padre italiano, vive in equilibrio tra queste due culture. Ha studiato lettere classiche a Pisa, discutendo la tesi di dottorato su un’antica storia della Danimarca composta in latino. Traduce dal latino, dal danese e dall’inglese e ha recentemente pubblicato il libro C’è del dolce in Danimarca. Un viaggio in 50 ricette, Edizioni La Zisa. Vive a Palermo e nel tempo libero prepara dolci e scrive di cibo.

Seguirà degustazione di dolci tipici danesi.

21 maggio 2015

Giochi di ambiguità dell'italiano


Alla Casa delle Traduzioni giovedì 21 maggio 2015 ore 17.30-19
Via degli Avignonesi, 32 00187 Roma


Ennio Peres
Ambiguità di significato (tradurre dall'Italiano all'Italiano)

Come tutte le lingue alfabetiche, anche l'Italiano è ricca di termini omonimi, ovvero di vocaboli  che possiedono significati sensibilmente diversi tra loro, pur scrivendosi nello stesso identico modo.
Se una frase contiene qualche termine omonimo, la sua interpretazione può presentare delle ambiguità più o meno accentuate. Accanto a un significato di spontanea attribuzione (senso forte), infatti, ne può emergere almeno un altro, un po’ meno immediato, ma altrettanto plausibile (senso debole).
Dalla fine dell'800, in Italia, la maggior parte dei giochi enigmistici sono basati essenzialmente sui potenziali doppi sensi linguistici. Ma il contrasto tra due diverse situazioni, una delle quali totalmente inaspettata, può produrre anche uno spontaneo effetto divertente. Di conseguenza, i termini di vaga interpretazione, a causa dei fraintendimenti che possono generare, costituiscono un materiale di prima scelta, non solo per gli enigmisti, ma anche per gli umoristi, i titolisti e i copywriter.
In questo incontro, Ennio Peres illustrerà i potenziali insidiosi aspetti del nostro lessico, proponendo anche alcune tecniche pratiche per comporre degli intriganti e dilettevoli giochi di parole.

Ennio Peres laureato in Matematica, ex professore di Informatica e di Matematica, dalla fine degli anni ‘70 svolge la professione di giocologo (che si è praticamente inventato lui), con l’intento di diffondere tra la gente, tramite ogni possibile mezzo, il piacere creativo di giocare con la mente. Redattore delle voci relative ai giochi dell’Enciclopedia dei Ragazzi (Treccani) e della sezione Giochi & Parole dell’enciclopedia a fascicoli Il Mondo dei Giochi (Fabbri), ha collaborato al progetto dell’opera multimediale Brain Trainer (Corriere della Sera – Focus), realizzando sette delle venti uscite previste. Autore di libri di argomento ludico, ideatore di giochi in scatola e di giochi radiofonici e televisivi, collaboratore di varie testate giornalistiche nazionali e del Canton Ticino, si avvale costantemente della preziosa consulenza della moglie, Susanna Serafini. Ha ricevuto diversi premi, tra i quali: premio Gradara Ludens 1998, premio Personalità ludica dell’ anno 2005, premio Internazionale Pitagora sulla Matematica 2006 (per il migliore lavoro multimediale), trofeo ARI 2008 (per la duplice figura di autore e di divulgatore dell’arte del Rebus).

Matisse, l’armonia del colore e la ricerca dell’ornamento



“un’unica tonalità non è che un colore; due tonalità sono un accordo, sono vita”


Henri Matisse (1869-1954), a differenza del contemporaneo amico rivale Picasso, protagonista dell’emergente cubismo, ha manifestato attraverso la sua produzione una genialità contraddistinta dalle atmosfere cromatiche, dall’accostamento di colori impensabili, dal gioco di luce e colore, dal ritmo della composizione scandita dalla ripetizione quasi musicale e dall’accordo degli elementi, dall’abbandono di ogni rigore prospettico, fino ad arrivare, nell’ultima fase, all’assoluta piattezza del colore e a un disegno ridotto ai minimi termini. Una sintesi che aveva ammirato in Giotto e nei suoi affreschi ma anche negli oggetti che hanno circondato i suoi studi, le sue abitazioni, i ritratti dei suoi numerosi interni e dei personaggi con cui ha condiviso la propria vita (G. Dorfles, A. Vettese, Arti visive, Atlas, p.61).
La mostra Matisse. Arabesque presso le Scuderie del Quirinale fino al 21 giugno è una rassegna a cura di Ester Coen che presenta al pubblico novanta opere tra dipinti, disegni e costumi teatrali realizzati per i Balletti Russi in occasione de Le chant du rossignol, messo in scena a Mosca nel 1920, affiancati da esempi di decorazioni murali arabescate, da tappeti dai motivi moreschi, e poi manufatti, vestiti, stampe giapponesi provenienti da Marocco, Iran, Francia ma anche da musei italiani come il Pigorini e il Museo Nazionale d’Arte Orientale G. Tucci di Roma con lo scopo di documentare ed esplicare la fascinazione e la suggestione della decorazione e del mondo esotico esercitate su Matisse da civiltà lontane ma nate anch’esse sulle sponde del Mediterraneo. Medio ed Estremo Oriente, il soggiorno in Algeria e Marocco, l’Africa, la fascinazione condivisa con altri artisti coevi per le stampe giapponesi, confluiscono in un’esperienza di vita che si è fatta materia d’arte.
Ne nascono una nuova spazialità, una nuova concezione della rappresentazione e della centralità nel quadro dei dettagli e della decorazione che Matisse anticipa persino sull’arte contemporanea posteriore e a noi più vicina, facendosi precursore e innovatore di tendenze e modalità espressive. Come ha spiegato in maniera esauriente Daniela Lancioni in un incontro intitolato Arabesque: da ornamento a struttura. Riflessione semi-lecita sull’arte contemporanea tenutosi presso Palazzo delle Esposizioni, il dibattito sull’arte decorativa ha da sempre animato l’arte europea a partire dal XVIII secolo. Adolf Loos, padre del razionalismo in architettura, ha condannato l’ornamento (A. Loos, “Ornamento e delitto”). Altri, come Vorringer difesero il ricorso all’ornamento che sì appartiene all’arte orientale, ma ha una logica misteriosa rispetto all’arte figurativa e manca dell’ingenuità tutta borghese di rappresentare la realtà a sua immagine e somiglianza.
Matisse ha subito il gusto del motivo decorativo aiutando ad accelerare un progresso dell’arte contemporanea. A lui interessa rappresentare attraverso arte e colore, così scrive a proposito: “quei preziosismi e arabeschi fanno parte della mia orchestrazione”. La decorazione non è abbellimento ma abbandono e sostanza del quadro.
Nell’arte contemporanea numerosi sono gli artisti che hanno ceduto alla decorazione, ognuno a suo modo e per ragioni estetiche diverse. Sironi per esempio adopera una scansione, amava le composizioni dove si succede una storia dopo l’altra (come in Giotto o Michelangelo). Il decorativismo per Sironi assume una posizione epica.
Jackson Pollock dipingeva assecondando il gesto manuale. È la crisi della pittura da cavalletto. 
Daniela Lancioni ricorda pure i formalisti e marxisti italiani (Accardi, Consagra, Dorazi, Guerrini, Turcato). A proposito di Capogrossi, come sosteneva Argan, “il segno è una figurazione dello spazio". Questo segno, in continuità, crea sequenze e un tentativo di inquadrare la realtà sotto forma di logica. All’interno di questi eventi c’è l’accidente, tra lo strutturato e l’irrompere della vita, del personale”. E continua, c’è in lui “ripetizione e continuità ritmica, la pratica di una tecnica povera”.
Anche l’architettura di Eiffel, Jean Nouvel, Renzo Piano si apre all’ornamento, ciò che sembra ornamento diventa parte strutturale dell’opera d’arte.
Il segno astratto poi, non può più essere una semplice decorazione.
Nelle composizioni dell’americano Sol LeWitt prevale un ritmo, l’artista fa ricorso alle ripetizioni e a un ordine ascrivibili all’ornamentale come per esempio nel suo Wall Drawing.
In Andy Warhol la ripetizione appare come variante e Warhol è certamente il campione dell’arte alta e bassa accorpata al dibattito tra arte ornamentale e figurativa. La sua carriera infatti è sintomatica di questa contrapposizione. Nasce come disegnatore di pubblicità per diventare protagonista della Pop Art. La sua prima mostra a Los Angeles, Campbell Soup Cup (1962) è interamente costruita su una sola immagine dedotta dalla società dei consumi.
La canadese Agnes Martin, appartenente alla cultura minimalista, realizza lavori che riguardano spesso la natura rappresentata su griglie. La tedesca Hanne Darboven, esponente dell’arte concettuale, usa progressioni numeriche simili a un fregio o uno spartito musicale. I numeri, dice, sono un modo di scrivere senza descrivere.
Tra gli italiani, infine, ricordiamo, Giulio Paolini che ha creato autoritratti dorati come fossero metope di un tempio antico.
Il concetto di sistema appartiene all’arte concettuale, siamo in epoca di strutturalismo e metalinguaggio dove i fenomeni sono concepiti come unità il cui valore viene stabilito dai rapporti reciproci interni. In questo senso l’ornamento nella società contemporanea è portatore di differenze, di varianti che consentono uno sguardo altro, aperto al cambiamento.
Il decorativo si manifesta nell’arte contemporanea in termini di un sistema. È un linguaggio universale ed è anche un sistema entro una società globalizzata dove l’ornamento aiuta a identificare le differenze. Contro ogni forma di omologazione e conformismo dilagante e in nome di una libertà espressiva e di identità che da sempre l’arte comunica.
Come ben esprime il quadro di Matisse in mostra alle Scuderie, Il paravento moresco, 1921, un ambiente domestico può contenere arredi e componenti provenienti da luoghi geografici lontanissimi, lo spazio della quotidianità può testimoniare un incontro di differenze, esperienze di scambio e dialogo tra culture e tradizioni che non si appartengono ma di cui, grazie alla conoscenza e al contatto, ci si può sentire ad ogni modo spettatori partecipi. 

19 maggio 2015

A Sort of Song



Alla Casa delle Traduzioni martedì 19 maggio 2015 ore 17.30-19
Via degli Avignonesi, 32 00187 Roma


Francesco Fava
A sort of a song. Una dichiarazione di poetica in due versioni d’autore

Nei casi in cui ‘uno scrittore traduce uno scrittore’ si genera una dialettica che mette in gioco, e a confronto, non semplicemente testo originale e traduzione ma anche e soprattutto due autorialità, due poetiche, due visioni della lingua e della scrittura. Dialettica che diventa una vera e propria “costellazione plurilingue” se i poeti-traduttori sono anche autori di saggi sulla traduzione letteraria, nonché di scritti critici sull’opera dell’autore che stanno traducendo. Poesia, critica, teoria della traduzione si intrecciano allora inestricabilmente. A completare la costellazione di testi, inoltre, può contribuire la presenza di uno scambio epistolare tra poeta tradotto e poeta-traduttore. Tutti questi casi si verificano nelle traduzioni d’autore delle poesie di William Carlos Williams realizzate dal messicano Octavio Paz e dall’italiana Cristina Campo. Si esaminerà, in particolare, come tale corposo intreccio di parole proprie e altrui si condensi in un singolo testo, A sort of a song: il manifesto di poetica di Williams, che sarà analizzato a partire dalle versioni prodotte da Paz e Campo.

Francesco Fava, ricercatore in Letteratura Spagnola, insegna Traduzione Letteraria dallo Spagnolo presso l’Università IULM di Milano. I suoi principali ambiti di studio sono la poesia spagnola e ispano-americana del XX secolo, le teorie e le pratiche della traduzione letteraria, la narrativa contemporanea di lingua spagnola. Ha pubblicato una monografia su La voz a ti debida di Pedro Salinas (Amor y sombras. Una lettura de La voz a ti debida di Pedro Salinas, Pisa, ETS, 2009) e numerosi saggi in volumi o riviste italiane e straniere. Come traduttore di poesia, ha curato le edizioni italiane di: O. Paz, Pietra di sole (2007, traduzione vincitrice del Premio “Città di Monselice” per la migliore traduzione opera prima); J. Gorostiza, Morte infinita (2010); P. Salinas, Il contemplato (2012). Ha pubblicato anche traduzioni di Emily Dickinson (Io lascerò il mio cuore appena in vista, 2013), Fernando Pessoa, Luis Cernuda, nonché di romanzi e racconti di autori spagnoli e ispanoamericani (tra gli altri Alvaro Pombo, Rosalba Campra, Augusto Monterroso, Miguel Angel Asturias). Ha curato inoltre l’edizione del volume Tradurre un continente. La narrativa ispanoamericana nelle traduzioni italiane(Palermo, Sellerio, 2013) e saggi sulle traduzioni italiane dell’opera di Jorge Luis Borges, Juan Rulfo, Pedro Salinas.


Artemisia Gentileschi: l’inclinazione per la pittura




“Sì. Ma la bellezza non è tutto. È meglio essere assetati di bellezza e comprenderla, che essere belli e basta. Alla fine la vita risulta più ricca.”


Un libro fa spesso da richiamo ad un altro libro, le letture si nutrono di altre letture, un autore che ci ha appassionato ci spinge a leggere altre sue opere, quasi a voler ripetere, tramite la piacevole familiarità di uno stile narrativo già conosciuto, l’esperienza di scoprire nuove e avvincenti pagine scritte. Avevo avuto occasione di leggere Ritratti d’artista, un capolavoro nel suo genere, di Susan Vreeland, un libro che mi è stato regalato da una persona per me speciale che conosce a fondo la mia Art addiction.



Poche settimane fa mi sono trattenuta a lungo in libreria – talvolta lo faccio per il puro piacere di stare in un posto circondata da libri, presa dall’imbarazzo della scelta, disorientata e persa tra scaffali pieni zeppi di titoli e volumi dalle copertine disparate, alla ricerca del libro del momento, il che può essere anche interpretato da qualcuno come un’alternativa al perdere tempo… o come una variante di intrattenimento nel tempo libero appunto. Anche se ho sempre creduto che sia tempo speso bene e continuo così in questa abituale pratica appena posso.

Nel corso della mia recente gita a Urbino ho visto esposta la Cleopatra di Artemisia Gentileschi, così quando in libreria ho visto La passione di Artemisia di Susan Vreeland ho intuito che avrei dovuto leggere quel romanzo.


Artemisia Gentileschi (1593-1653) si direbbe nata per dipingere, non solo per una questione di talento artistico che l’ha resa pittrice valida e riconosciuta al pari dei contemporanei del Caravaggio, ma anche per aver avuto in dote il dono dell’intuizione sensibile della creatività nel ritrarre personaggi non come figure statiche ma come soggetti aventi una propria autonomia, colti nella loro personalità.

Figlia di Orazio Gentileschi, anch’egli pittore, fu iniziata all’arte presso la bottega paterna e conobbe artisti e intellettuali della Roma in cui era nata. L’esistenza della pittrice è stata segnata dallo stupro, subito dalla giovanissima Artemisia da parte di un amico pittore del padre, Agostino Tassi, assiduo frequentatore di casa Gentileschi e collaboratore del padre. Di lì a breve ci fu un processo, Artemisia venne esposta al giudizio morale e fisico di quanto era successo, Tassi venne assolto per indulgenza.

Segue un matrimonio di convenienza con Pietro Antonio Stiattesi, pittore fiorentino, ed è a Firenze che Artemisia si trasferisce. La pittrice, che si porta dietro l’onta e le cicatrici sulle mani delle torture dell’Inquisizione, ha la tenacia di mantenersi fedele alla propria vocazione artistica. Come ogni artista, con l’aggiunta di essere donna, affronta una vita di stenti, ostilità, umiliazioni ma la passione rende sopportabile anche il ricordo del dolore più grande.
Così inizia l’ascesa e arrivano i primi riconoscimenti, Michelangelo Buonarroti, nipote, le commissiona un’allegoria, l’Inclinazione, destinata alla dimora commemorativa dell’artista fiorentino. È il primo a riconoscerne e apprezzarne il naturale talento. Artemisia entrerà poi all’Accademia delle Arti e del Disegno, prima donna ad essere ammessa in un luogo deputato a soli uomini, e comincia a ricevere commissioni dal granduca Cosimo dè Medici. Ma il soggiorno fiorentino terminò a breve, dopo la morte di Cosimo, la scoperta dei tradimenti del marito, e con la figlia Palmira, Artemisia inizia a compiere quella che è la vita di molti artisti, girovaghi, sradicati, alla ricerca di committenze e mecenati. Di Firenze rimane l’amicizia con Galileo Galilei, lo scienziato che le insegnò la marginalità della terra nell’universo creato e che le fece riflettere su quanto di fronte a tanta vastità, gli esseri umani siano poca cosa, la venerazione per l’Eva di Masaccio nella cappella Brancacci, con tutta la disperazione che rende quasi visibile e percepibile il grido inudito della donna fino a toglierle il sonno. 


Le città in cui si trasferisce in seguito Artemisia sono Genova, Venezia, di nuovo Roma, Napoli e compirà anche un viaggio in Inghilterra dove alla Queen’s House di Greenwich si era ritirato, ormai morente, il padre Orazio per affrescare il palazzo della regina. È l’ultima volta che padre e figlia si incontrano, il ricordo del passato è sempre vivo in entrambi, Orazio aveva capito e coltivato il talento della figlia, ma se la figlia aveva compreso il padre e le sue ragioni, a distanza di anni non lo aveva però perdonato. Comprendere non significa perdonare.

Al rientro a Napoli Artemisia continuerà a vivere di pittura, perché questa è stata fin da adolescente la sua scelta di vita, perseguita con determinazione e coraggio, accompagnata da gioie e dolori che il mestiere dell’arte comporta ma senza mai venir meno alla sua naturale inclinazione. 
Palmira, la figlia, non seguirà le orme materne, come capita spesso ai figli di grandi artisti per cui non è possibile raggiungere l’eccellenza di chi li precede. È attratta dalla bellezza e dalla ricchezza, e dice Artemisia “la sua vita era stata troppo facile e in una vita facile l’immaginazione non si sviluppa”. A differenza Artemisia ha il dono dell’artista che sa immedesimarsi nel personaggio che ritrae, comprenderlo e intuirne i moti dell’animo. Così è stato per le sue tante eroine bibliche, Susanna, Giuditta, Betsabea, Lucrezia, per altre figure femminili come Cleopatra o la Santa Cecilia. Artemisia sapeva anche che avrebbe potuto far altro, dipingere altri soggetti da quelli richiesti, purtroppo la voga era quella della bellezza ideale mentre, da pittrice, era consapevole che anche la bruttezza ha un suo messaggio, un suo fascino perché la realtà è molto più complessa e meno rassicurante di una raffigurazione armoniosa.


Con notevole anticipo su altre pittrici posteriori che hanno dovuto faticare per affermarsi, Artemisia Gentileschi è un esempio, perché l’arte, come la letteratura, sono state a lungo precluse al genere femminile, Artemisia ha avuto la volontà di risparmiarsi una vita di semplice moglie dedita alla preparazione dei pasti, ad allevare la prole, a realizzare pizzi e ricami o di rinchiudersi in un convento a vivere in solitudine come suor Paola e suor Graziella, sue amiche e fedeli confidenti recluse nel Convento di Trinità dei Monti, lontana dall'arte che si alimenta sempre di altra arte. A distanza di secoli possiamo dire che sia stata una vera artista nel senso più puro del termine, che ce l’abbia fatta a vivere della sua passione, impastando le sue tele di colori, di sofferenze vissute, di riscatto da quello che sembrava essere un destino segnato dal peggiore dei disonori per una donna dell’epoca, nobilitata dalla sua arte stessa.
 

Di lei Giulio Carlo Argan scrive, a proposito del suo contributo alla diffusione del caravaggismo a Napoli: “…la lunga permanenza di Artemisia Gentileschi rafforzano la tendenza alla pittura-poesia: ad una poesia che nasce da una ferita dell’anima, da un’esperienza da cui ci si ritrae dolenti” (Storia dell’Arte Italiana, Sansoni Editore, p.308)

15 maggio 2015

Francesco Lauretta. Inesistenze

Francesco Lauretta. Una nuova mostra di pittura. 2014. Dettaglio. Courtesy Galleria Sara Zanin

FRANCESCO LAURETTA
Inesistenze


28 maggio – 31 luglio
OPENING con PERFORMANCE: Giovedì 28 maggio 2015, h. 18.00-22.00
z2o Sara Zanin Gallery, Via della Vetrina 21, Roma
Per l’occasione ci sarà una performance di un’atleta Body Builder

L’ inesistente è qualcosa che ha respirato, seppur nell’invisibile, che abbiamo visto e che non abbiamo conosciuto o se abbiamo conosciuto è perché abbiamo fatto parte dell’inesistente noi, o forse perché anche noi siamo inesistenze.
L’inesistente se è avvistato è doloroso.
E se è inesistente è gaudio
(Senza Senso, Francesco Lauretta)

z2o Sara Zanin Gallery è lieta di presentare la prima personale dell’artista Francesco Lauretta negli spazi della galleria.
Inesistenze è una mostra di fantasmi, presenze assenze che sfuggono a una definizione ma che risultano terribilmente riconoscibili.
Il termine fantasma deriva dal greco phantàzo, significa “mostrare”, quindi l’idea dell’apparire come manifestazione di una presenza incorporea, generalmente accostata ad un sentimento di timore.
La vita e la morte, quindi l’esistente e l’inesistente, sono le due frontiere entro le quali la mostra si snoda, in un incedere vorticoso e nebuloso, nel quale i confini non impongono un limite ma si confondono tra loro. La sensazione di turbamento e smarrimento è affidata alla continuità dell’inesistente nell’esistente e all’ impossibilità di stabilirne una netta e rassicurante separazione.
La ragione vacilla quando è incapace di nominare e definire, quando non è più possibile distinguere e classificare; è allora che si fa appello all’inesistente per vedere e comprendere.

Nella prima sala si trova una teca che giace a metà strada tra una culla e una bara, una nascita e una morte, dentro di questa compare un volto, dormiente o morente, il velluto blu riveste le pareti come una gonnellina materna e come la fodera interna di una bara.
L’ingresso interroga il significato della forma, anzi la forma è proprio un’interrogazione sulla forma che si risolve in un significato divagante e sfuggente (Francesco Lauretta)

La seconda sala ospita un televisore sintonizzato sul canale RAI 2. Sulla superficie dello schermo un nastro adesivo disegna la sagoma di un volto che si sottrae, nella sua fissità, all’ingorgo delle immagini televisive, prodotte dalla civiltà della sovrapproduzione. Il nastro raccoglie la pittura in esubero delle tele, ovvero è quello scotch conservato che l’artista utilizza per 'dare perimetro' ai quadri. Tutto quanto si deposita, deborda, e si fa esubero, viene raccolto, conservato e disposto a fitte strisce, venendo a creare una tensione rimandante alla tela mancante.
Lo scotch sfugge e sorvola la monocultura televisiva, come l’arte che rifugge i circuiti nei quali molti vorrebbero costringerla.
Nel soffitto si erge un disegno rosso, un cosmo nel quale i vivi e i morti stanno assieme, dove tutto è in moto e si rigenera in ogni istante.
Un’ambiguità domina la seconda stanza, temporale e spaziale, o più correttamente propriocettiva (Francesco Lauretta)

Uno spolvero, un paesaggio di terra d’ombra naturale quasi invisibile circonda la terza sala della galleria. Le piccole lapidi espandono lo spazio verso l’invisibile, invitando all’altrove.
Un quadro, dalle fattezze di un clavicembalo, presenta un corteo funebre adornato con fiori: è il funerale di Francesco Lauretta. A lato, su una pedana rossa si esibisce la Musa, una body builder mette in atto un processo di autotrasformazione del soggetto, facendo rivivere le pratiche ascetiche (non religiose) dell’esercizio: può infatti aumentare le forze spontanee che danno all’individuo la possibilità d’essere se stesso. 
La terza sala, se mossa e in movimento, è una mostra che si dissolve in poesia (Francesco Lauretta)


Sede: z2o Sara Zanin Gallery – Via della Vetrina 21, 00186 Roma
Orario di apertura: da martedì a sabato 12:00 - 19:00 (o su appuntamento), ingresso libero
INFO: T +39 06 704 522 61 - info@z2ogalleria.it - z2ogalleria.it
Mechau. Civita Castellana. Courtesy Casa di Goethe

Peter Birmann. Veduta San Giovanni. Courtesy Casa di Goethe

Pittori tedeschi alla casa di Goethe

Franz Kaisermann. Veduta Tevere, Castel Sant'Angelo. Courtesy Casa di Goethe


Il cielo sopra Roma 
Pittori tedeschi e paesaggio italiano 

Una mostra della Casa di Goethe Roma
Curatrice: Maria Gazzetti 
Collaborazione scientifica: Claudia Nordhoff 
Durata della mostra: 8.5. – 13.9.2015

 „Il cielo azzurro, esatta e chiara luce di Roma“ (Raffael La Capria) 


A grande richiesta la Casa di Goethe ripropone dall’8 maggio al 13 settembre 2015 il suo omaggio al cielo di Roma presentando alcuni gioielli della sua collezione . Al centro della mostra il dipinto Vista da Monte di Giustizia a Villa Montalto Negroni a Roma del 1785 di Johann August Nahl il giovane (1752-1825). Il quadro racconta le grandi trasformazioni della città: il colle raffigurato è stato abbattuto per la costruzione della stazione Termini. Il dipinto, splendido esempio per la rappresentazione della luce romana che ispira da sempre gli artisti di questa città, è una recente donazione della fondazione Ike und Berhold Roland Stiftung. 

La luce particolare di Roma illumina anche gli altri cieli e paesaggi esposti. Il museo rappresenta una scelta di opere significative delle sue collezioni, tra cui i grandi cipressi di Peter Birmann, le vedute del Tevere di Jakob Philipp Hackert, il Palatino di Joseph Anton Koch e il Tevere con Castel S. Angelo di Franz Kaisermann

Quasi tutte le opere in mostra sono degli amici o contemporanei di Goethe e variano il tema della pittura del paesaggio reale e del paesaggio ideale. Il disegno del „Tempio di Saturno“ è di Johann Georg Schütz, coinquilino di Goethe al Corso. Un altro pezzo forte è il dipinto „Vista di Rocca di Sangallo a Civita Castellana“. Solo recentemente è stato possibile attribuirlo a Jakob Wilhelm Mechau

Gli olii ed i disegni sono accompagnati da testi che introducono alla paesaggistica intorno al 1800. Con le rispettive biografie la mostra racconta in questo modo il mondo dei paesaggisti tedeschi presenti a Roma attorno all`epoca di Goethe, presentando alcuni dei nomi più significativi di quel periodo. 


EVENTI COLLEGATI 
Estate nella Casa di Goethe 
Dentro l’opera con Claudia 
Apertura straordinaria con visita alla mostra „Il cielo sopra Roma“ con la storica dell’arte Claudia Nordhoff e approfondimento tematico 

Mercoledì 15 giugno 2015 ore 18.00 
Jakob Philipp Hackert, Johann August Nahl il giovane e Peter Birmann: tre amici artisti e gli alberi di Roma 

Mercoledì 15 luglio 2015 Ore 18.00 
Il ruvido genio“ Joseph Anton Koch e il „misero pittoruncolo di acquerellacci“ Franz Keiserman: due paesaggisti antagonisti a Roma alla svolta dell`Ottocento 

Venerdi 28 agosto 2015 – Compleanno di Goethe ore 18.00 
Palazzo Caffarelli: la storia del Campidoglio prussiano
Su appuntamento (max 20 persone) gioni@casadigoethe.it
Biglietto: 3,00 Euro

Visite guidate domenicali 
Tutte le domeniche, ore 11.00 Il biglietto d’ingresso alla mostra “Il cielo sopra Roma” comprende la visita guidata gratuita senza prenotazione 

Casa di Goethe, Via del Corso 18 |00186 Roma 
Tel. +39 0632650412 
|www.casadigoethe.it 
10.00 - 18.00. chiuso il lunedì 
Ingresso € 5,00, ridotto € 3,00. 
Family card € 13,00 
Visite guidate su appuntamento visite guidate gratuite per studenti

8 maggio 2015

Prove di calligrafia nelle scuole per l'Eroico Manoscritto


L'Eroico Manoscritto alla Biblioteca Malatestiana di Cesena



La Malatestiana di Cesena, primo bene italiano a essere stato inserito nel registro delle Memorie del Mondo dell’Unesco (2005), è considerata uno degli esempi più significativi di biblioteca quattrocentesca italiana. La Malatestiana ha preservato nei secoli la sua immagine pressochè immutata: la struttura, l'intonaco, la pavimentazione, gli arredamenti e i codici si presentano a noi, oggi, come ai visitatori di cinque secoli fa. La costruzione della biblioteca cominciò, presumibilmente, nell'estate del 1447 per mano dell'architetto Matteo Nuti, sia per l'esigenza dei frati minori francescani di una libreria più ampia in cui contenere i loro testi, sia per il volere dell'illuminato Signore della città, Domenico dei Malatesti detto Malatesta Novello. La biblioteca, che sorse nel braccio orientale del convento di S. Francesco, un tempo adibito a dormitorio, fu terminata nel 1452.
Sono 343 i codici, prodotti fra il IX e il XV secolo, che formano il corpus della Biblioteca Malatestiana. Si tratta di testi greci, ebraici, latini, che spaziano dalla filosofia alla teologia alle scienze naturali, spesso impreziositi da decorazioni e miniature secondo il gusto del tempo. Ed è proprio in virtù di questo straordinario patrimonio librario che la Biblioteca Malatestiana è stato il primo bene italiano inserito nel nel Registro della Memoria del Mondo con la seguente motivazione: “La biblioteca contiene lavori di filosofia, teologia e scritti di natura biblica, così come di letteratura scientifica e classica, di differenti provenienze. È un raro esempio di una completa e meravigliosa collezione conservata dalla metà del XV secolo, appena prima dell'avvento della stampa in Europa. La collezione è un esempio unico di biblioteca umanistica del Rinascimento, momento in cui le prime valutazioni sugli scritti e sugli insegnamenti cristiani lasciavano la strada a varie considerazioni secolari. La collezione è contenuta nell’originale edificio di Cesena”.

L'Eroico Manoscritto in mostra
alla Biblioteca Malatestiana di Cesena
dal 20 giugno al 26 settembre
Esposte le pagine da “Guinness dei Primati”
trascritte da oltre 2500 studenti
con lavori di Eron, Dacia Manto, Luca Piovaccari e altri artisti

L'Eroico Manoscritto è un imponente progetto collettivo ideato per celebrare i 550 anni della Biblioteca Malatestiana di Cesena, prima biblioteca civica al mondo inserita dall'UNESCO nel registro Memory of the World. Malatesta Novello la donò nel 1465 alla sua città, ora Cesena ricambia il dono con un regalo realizzato da tutti i suoi abitanti, un'opera degna di essere ospitata in tale biblioteca, il manoscritto più grande al mondo: L'Eroico Manoscritto.
Le pagine dell'Eroico Manoscritto, che raccontano l'avventurosa storia della Biblioteca Malatestiana di Cesena e del suo fondatore Novello Malatesta, saranno esposte all'interno della Biblioteca Malatestiana a partire da sabato 20 giugno e sino a sabato 26 settembre prima della loro rilegatura. L'opera, che si sviluppa in 20 capitoli, è strutturata ispirandosi ai manoscritti medievali e decorata da oltre 2500 studenti di oltre 100 classi delle scuole primarie e secondarie di Cesena che per l'occasione hanno imparato il carattere foundational e a scrivere secondo i canoni degli antichi testi.

Il libro vanta la presenza di 20 artisti di fama nazionale del territorio emiliano – romagnolo che hanno voluto regalare la loro opera offrendo il loro contributo artistico al progetto anche lavorando nelle scuole assieme agli studenti.
Saranno dunque esposte le pagine con le opere dei seguenti artisti: Eron, Dacia Manto, Luca Piovaccari, Lucia Baldini, Alberto Cosentino, Lorenzo di Lucido, Sabrina Foschini, Federico Guerri, Kiril Cholakov, Olivia Marani, Mauro Moscatelli, Franco Pozzi, Denis Riva, Erich Turroni.

Il progetto, organizzato e promosso da Artexplora, associazione che insegna l'arte a bambini e ragazzi attraverso il gioco www.artexplora.it, è ideato da Claudio Cavalli, attore e autore di spettacoli di teatro ragazzi, alcuni dei quali per la Scala di Milano, autore nelle prime 500 puntate del programma tv Rai L’Albero Azzurro.
La narrazione cinematografica dell’impresa, con protagonisti, avvenimenti, problemi, opere in corso, incidenti, invenzioni, errori, partecipazioni, esperimenti e tanto altro diverrà un film che verrà presentato a rassegne e festival per raccontare questa grande avventura di Cesena.
L'Eroico Manoscritto: i numeri
Ad oggi tra artisti, artigiani, studenti e cittadini, sono oltre 3.000 le persone coinvolte nella creazione dell'Eroico Manoscritto. Il tomo da Guinness dei Primati peserà circa 200 kg, le sue pagine, alte 210 cm e larghe 140 cm, narreranno la storia della città nella difesa e conservazione della biblioteca dal 1465 ad oggi. Per scriverla serviranno almeno 5 litri di inchiostro e più di 80 penne calligrafiche guidate dalla mano di oltre 650 calligrafi, oltre 2000 ragazzi dipingeranno i capolettera e le piccole miniature. Per compilare il testo di ogni pagina ci vorranno almeno 20 ore di lavoro di copiatura.
Data l'unicità del progetto, tutte le fasi, dalla costruzione del libro, alla realizzazione tecnica delle pagine, della copertina al leggio, sono eseguite ad hoc dall'ingegno di maestri artigiani locali che si distinguono per una produzione d’eccellenza nel made in Italy.

Sostengono la mostra e il progetto: Orogel, Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena, Assessorato alla Cultura del Comune di Cesena, Cna Forlì Cesena.

La mostra sarà ad ingresso gratuito e sarà l'occasione per visitare una parte della Biblioteca Malatestiana solitamente chiusa al pubblico.

Per i dettagli su orari e ingresso www.eroicomanoscritto.it

Lettere d'amore di Enrico VIII ad Anna Bolena


Iolanda Plescia
Le lettere d’amore di Enrico VIII ad Anna Bolena: traduzione e distanza
Interviene Nadia Fusini

Casa delle Traduzioni, Via degli Avignonesi, 32 00187 Roma

Con la partecipazione di Nadia Fusini, studiosa del Rinascimento inglese e profonda conoscitrice e traduttrice di Shakespeare, la traduttrice delle lettere, Iolanda Plescia ha ripercorso le fasi del lavoro all’interno di una riflessione più ampia sulla lingua che di lì a poco, grazie alla figlia di Enrico, avrebbe dato il via a quella straordinaria stagione linguistica e culturale che chiamiamo, appunto, elisabettiana.
L’incontro che si è tenuto alla Casa delle Traduzioni è stato dedicato al problema della traduzione di testi lontani nel tempo, in cui la distanza linguistica si associa a una distanza culturale che pone sfide interessanti al traduttore. Le lettere di Enrico VIII ad Anna Bolena nascono all’interno della fluida mutevolezza dell’inglese early modern, ma sono anche il frutto di convenzioni linguistiche e culturali del tempo, che per esempio determinano una doppia identità linguistica per Enrico, il quale scrive sia in inglese che in francese. Il contesto storico degli anni cruciali dello scisma inglese, gli stilemi e le immagini di un dialogo della passione fortemente legato al linguaggio dell’amor cortese, la forma epistolare, sono tutti fattori che influenzano in vario modo il lavoro traduttivo. 

Queste lettere sono inedite e furono scritte quando Enrico VIII era ancora sposato con Caterina d’Aragona, quelle giunte sino a noi sono appunto le lettere del re che sono state ritrovate duecento anni dopo presso la Biblioteca Vaticana. Iolanda Plescia racconta come le lettere vennero poi pubblicate in Inghilterra nel Settecento ad opera del vescovo Burnet, diventando un classico. Emerge con chiarezza che Enrico non amasse scrivere, la ritiene un’incombenza gravosa. Qui però si dilunga in racconti sulla peste, in pettegolezzi di corte, costruisce emblemi, elargisce doni ed allegorie per conquistare e intrattenere l’amata. Il fatto che le lingue delle lettere siano il francese e l’inglese è indice del grado di popolarità delle due presso le corti del tempo. Il francese era lingua colta e raffinata e godeva di ampio prestigio culturale internazionale. Conoscerla significava far parte di una élite. Enrico VIII ne fa uso, ma in modo sicuramente ingenuo, non è uno scrittore all'altezza di Shakespeare, ma lascia trasparire il senso di una passione autentica. Probabilmente l’uso del francese è riconducibile alla fase segreta del corteggiamento, mentre una volta scoperta la relazione Enrico passa all’inglese e si dedica attivamente a sciogliere il matrimonio.

Nadia Fusini sottolinea come Enrico VIII non fosse un principe rinascimentale in senso classico, è un principe a cui piace andare a caccia e non è certo un amante cortese. L'immagine di lui più celebre giunta sino a noi è quella del ritratto di Hans Holbein, oggi conservato a Palazzo Barberini. In queste lettere il suo uso della lingua è ingenuo, elementare nei modi e nell'espressione sentimentale, come nelle allusioni a sfondo erotico, ma pur sempre sincero. L’inglese del tempo d’altronde è molto libero, più eloquente che grammaticale, quasi asintattico.
Per conto suo Anna Bolena ha vissuto presso la corte francese, è una donna colta e intelligente, moderna nel sostenere l’esigenza di tradurre la Bibbia in inglese e che le donne debbano leggere quanto gli uomini. Da un punto di vista politico, in una lettera inclusa nella raccolta e a lei attribuita prima della decapitazione nel tentativo di incontrare la pietà del marito, la sua scrittura rimarca la fedeltà e la legittimità della figlia Elisabetta. 
Enrico era ossessionato dalla discendenza, a quei tempi mancare a una generazione era mancare a un compito regale. Anna Bolena ne era consapevole e ha fatto una politica finalizzata a un’unione legittima, non voleva essere certo relegata al ruolo di concubina ma aspirava a quello di sovrana. 
A differenza di Enrico, la figlia Elisabetta farà ampio e sapiente uso della lingua come strumento di comunicazione e potere. Per lei, che conosceva più lingue, la lingua era un’arma e un mezzo di difesa. In questo Elisabetta onora la madre, nel tratto colto, del loro rapporto non sappiamo oltre. Per scelta e vocazione Elisabetta volle essere monarca assoluto, e fece funzionare il mito della verginità come equivalente della virilità.
Nella propaganda si dice che la regina è come un’isola e come tale impenetrabile. Seppe invertire la pulsione alla generazione del padre e rovesciare uno degli attributi regali, quello di condurre guerre, regalando invece ai suoi sudditi un regno di pace e splendore.

Nadia Fusini, anglista, scrittrice, traduttrice di Virginia Woolf e di Shakespeare, attualmente insegna Letterature comparate alla Scuola Normale Superiore, dopo aver ricoperto per anni la cattedra di Critica Shakespeariana all’università ‘Sapienza’ di Roma. Tra i suoi ultimi libri, Di vita si muore: lo spettacolo delle passioni nel teatro di Shakespeare, Mondadori, 2010, Hannah e le altre, Einaudi, 2013, la traduzione e cura di Tutto è bene quel che finisce bene per Feltrinelli (2012).

Iolanda Plescia è ricercatrice in Lingua e traduzione inglese all’università ‘Sapienza’ di Roma, dove insegna Storia della lingua inglese, con particolare riferimento al periodo elisabettiano. È autrice di saggi sulla lingua shakespeariana e traduttrice e co-curatrice, con Nadia Fusini, di Lettere d’amore di Enrico VIII ad Anna Bolena per l’editore Nutrimenti (2013), nella collana Tusitala a cura di Filippo Tuena. Al momento sta curando la traduzione di Troilo e Cressida.




Roseto Comunale di Roma


Raggiungibile da Circo Massimo, lo storico Roseto, un tempo cimitero ebraico di cui conserva la struttura, è uno splendido e profumato scenario di esemplari, specie più o meno rare, provenienti da tutto il mondo. Una visita appropriata al mese di maggio, dedicato a questo speciale fiore, prezioso e regale per la sua naturale e maestosa fragilità che non ha il dono della resistenza ma vuole rappresentare da sempre la transitorietà e la fugacità della bellezza. Amata fin dall'antichità, simbolo d'amor cortese e del culto mariano, la rosa è un motivo di ispirazione nell'arte e nell'architettura occidentale di tutti i tempi. La passeggiata potrà continuare fino al Giardino degli Aranci, con annessa la chiesa domenicana di Santa Sabina e panorama sul centro storico.
Roseto Comunale di Roma



Vittoria Colonna e Michelangelo. La memoria e il volto

la memoria e il volto
VITTORIA COLONNA E MICHELANGELO
in rare incisioni e stampe


Luogo: Roma, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Palazzo del Collegio Romano, Sala della Crociera, via del Collegio Romano 27
Inaugurazione: mercoledì 6 maggio 2015, ore 17,30
Durata: 7 maggio – 3 giugno 2015
Giornate e orari di apertura: lunedì, ore 14,00-19,00; mercoledì, ore 9,30-17,00; giovedì, ore 9,30-13,30


La mostra, curata da Claudio Crescentini, è coadiuvata da un prestigioso Comitato scientifico internazionale, di cui fanno parte: Agostino BAGNATO, “Sapienza” Università di Roma; Fabio BENZI, Università “G. D’Annunzio” degli Studi di Chieti; Marcello CICCUTO, Università degli Studi di Pisa; Emerald McMORNEY, South Dakota State University, College of Arts and Sciences, Brookings, Brookings County (USA); Nathalie PORTLAND, Oakland University, Academic Human Resources, Rochester, Michigan (USA); Claudio STRINATI, CdA Azienda Speciale PalaExpo, Roma; Alessandro ZUCCARI, “Sapienza” Università di Roma.


La mostra itinerante, già tenutasi con grande successo di pubblico e critica a Vasto, presso i Musei Civici di Palazzo d’Avalos, intende celebrare, attraverso la raffinata arte dell’incisione, «La memoria e il volto», come definito dal titolo, di Vittoria Colonna e appunto di Michelangelo. Composta da circa 35 opere fra rare incisioni, stampe e volumi, la mostra è strutturata ideologicamente in “Stanze”, ad imitatio delle novelle umanistiche tanto amate e utilizzare da Vittoria e Michelangelo anche nelle loro liriche. Stanze metaforiche, intese però come spazi espositivi complessi, mediante le quali la regia complessiva dell’esposizione non si limiterà ad affrontare solo questioni relative alla letteratura e alla poesia, dove quasi sempre è stato relegato il rapporto dei due protagonisti, spaziando invece per la teologia, la storiografia, la storia sociale del periodo, in una prospettiva artistica e quindi storico-artistica rinnovata.

In definitiva si tratta di una mostra aperta alle nuove realtà scientifiche, improntata sull’analisi del pensiero e della spiritualità comuni ai protagonisti della vicenda, tramite l’esposizione appuntodel volto stesso” dei protagonisti ma anche dei comprimari della vicenda storica, immortalato nel tempo da incisioni originali e grafiche, estrapolate da una serie di collezioni private nazionali e che cronologicamente vanno dal XVI al XX secolo, a definizione quindi anche del protrarsi nel tempo del mito di Michelangelo, di Vittoria Colonna e della sua cerchia, come nel caso dell’amica di culto e cultura, Giulia Gonzaga, della quale sarà esposto il ritratto inciso da L. Stocks.

Si tratta quindi del recupero di una storia molto avvincente che oltre a continuare a legare/collegare Vittoria Colonna e Michelangelo, mette anche in rilievo la grandezza della nobildonna, per il tramite dei personaggi, intellettuali e artisti che hanno ruotato attorno alla sua figura, ad iniziare appunto da Michelangelo e la devozione mistica dell’artista, bene identificata dagli scritti stessi dei due protagonisti, di cui in mostra sarà presente il raro volume di Pierre de Bouchaud, nell’edizione francese del 1911. Ma anche la rarissima raccolta di Rime della diva Vittoria Colonna, edita nel 1542 a Firenze e un ormai introvabile volume delle sue rime con copertina in pelle, con figura a sbalzo, creata da uno dei più grandi artisti del primo Novecento italiano: Duilio Cambellotti.

Per quanto riguarda Michelangelo, prezioso sarà il prestito dell’incisione originale che lo ritrae mentre scolpisce, facente parte della serie settecentesca francese Italie Pittoresque. In linea con questa tematica sarà esposto anche un Ritratto di Michelangelo, fra gli altri, qui rappresentato di profilo, su rame e velina riportata su carta grave, con grandissimi margini (XVIII sec.). Rarissima anche la litografia originale, con un nuovo ritratto a mezzobusto di Michelangelo, incisa da Antonio Zenon a Napoli, nel 1838.

Vittoria Colonna, spesso nota nella versione preraffaellita del suo ritratto, fu un personaggio simile alla Beatrice dantesca. A lei l'inquieto Michelangelo, confidava il suo vivere "povero e solo come spirto legato in un'ampolla". 
Legame quello tra Michelangelo e Vittoria Colonna che continua a interessare e affascinare per il ruolo che la nobildonna e amica, si ricordi tra le maggiori poetesse del Cinquecento italiano, tacciata di eresia all'interno del circolo di Viterbo, seppe esercitare non tanto come musa del sommo pittore ma come voce della coscienza, in un dialogo ininterrotto sulla spiritualità e il valore dell'arte  e la possibilità di elevazione al divino tramite questa rispetto alla fede, il tutto in un contesto religioso e culturale, quello della pubblicazione delle tesi luterane e della Controriforma, animato da grande fermento e mutamento sociale che Michelangelo, dalla vita longeva, attraversò e visse in prima persona.


Nel catalogo (Erreciemme edizioni) saggi inediti di: Fabrizio Biferali, Marcello Ciccuto, Claudio Crescentini, Nathalie Portland e Claudio Strinati.