19 maggio 2015

Artemisia Gentileschi: l’inclinazione per la pittura




“Sì. Ma la bellezza non è tutto. È meglio essere assetati di bellezza e comprenderla, che essere belli e basta. Alla fine la vita risulta più ricca.”


Un libro fa spesso da richiamo ad un altro libro, le letture si nutrono di altre letture, un autore che ci ha appassionato ci spinge a leggere altre sue opere, quasi a voler ripetere, tramite la piacevole familiarità di uno stile narrativo già conosciuto, l’esperienza di scoprire nuove e avvincenti pagine scritte. Avevo avuto occasione di leggere Ritratti d’artista, un capolavoro nel suo genere, di Susan Vreeland, un libro che mi è stato regalato da una persona per me speciale che conosce a fondo la mia Art addiction.



Poche settimane fa mi sono trattenuta a lungo in libreria – talvolta lo faccio per il puro piacere di stare in un posto circondata da libri, presa dall’imbarazzo della scelta, disorientata e persa tra scaffali pieni zeppi di titoli e volumi dalle copertine disparate, alla ricerca del libro del momento, il che può essere anche interpretato da qualcuno come un’alternativa al perdere tempo… o come una variante di intrattenimento nel tempo libero appunto. Anche se ho sempre creduto che sia tempo speso bene e continuo così in questa abituale pratica appena posso.

Nel corso della mia recente gita a Urbino ho visto esposta la Cleopatra di Artemisia Gentileschi, così quando in libreria ho visto La passione di Artemisia di Susan Vreeland ho intuito che avrei dovuto leggere quel romanzo.


Artemisia Gentileschi (1593-1653) si direbbe nata per dipingere, non solo per una questione di talento artistico che l’ha resa pittrice valida e riconosciuta al pari dei contemporanei del Caravaggio, ma anche per aver avuto in dote il dono dell’intuizione sensibile della creatività nel ritrarre personaggi non come figure statiche ma come soggetti aventi una propria autonomia, colti nella loro personalità.

Figlia di Orazio Gentileschi, anch’egli pittore, fu iniziata all’arte presso la bottega paterna e conobbe artisti e intellettuali della Roma in cui era nata. L’esistenza della pittrice è stata segnata dallo stupro, subito dalla giovanissima Artemisia da parte di un amico pittore del padre, Agostino Tassi, assiduo frequentatore di casa Gentileschi e collaboratore del padre. Di lì a breve ci fu un processo, Artemisia venne esposta al giudizio morale e fisico di quanto era successo, Tassi venne assolto per indulgenza.

Segue un matrimonio di convenienza con Pietro Antonio Stiattesi, pittore fiorentino, ed è a Firenze che Artemisia si trasferisce. La pittrice, che si porta dietro l’onta e le cicatrici sulle mani delle torture dell’Inquisizione, ha la tenacia di mantenersi fedele alla propria vocazione artistica. Come ogni artista, con l’aggiunta di essere donna, affronta una vita di stenti, ostilità, umiliazioni ma la passione rende sopportabile anche il ricordo del dolore più grande.
Così inizia l’ascesa e arrivano i primi riconoscimenti, Michelangelo Buonarroti, nipote, le commissiona un’allegoria, l’Inclinazione, destinata alla dimora commemorativa dell’artista fiorentino. È il primo a riconoscerne e apprezzarne il naturale talento. Artemisia entrerà poi all’Accademia delle Arti e del Disegno, prima donna ad essere ammessa in un luogo deputato a soli uomini, e comincia a ricevere commissioni dal granduca Cosimo dè Medici. Ma il soggiorno fiorentino terminò a breve, dopo la morte di Cosimo, la scoperta dei tradimenti del marito, e con la figlia Palmira, Artemisia inizia a compiere quella che è la vita di molti artisti, girovaghi, sradicati, alla ricerca di committenze e mecenati. Di Firenze rimane l’amicizia con Galileo Galilei, lo scienziato che le insegnò la marginalità della terra nell’universo creato e che le fece riflettere su quanto di fronte a tanta vastità, gli esseri umani siano poca cosa, la venerazione per l’Eva di Masaccio nella cappella Brancacci, con tutta la disperazione che rende quasi visibile e percepibile il grido inudito della donna fino a toglierle il sonno. 


Le città in cui si trasferisce in seguito Artemisia sono Genova, Venezia, di nuovo Roma, Napoli e compirà anche un viaggio in Inghilterra dove alla Queen’s House di Greenwich si era ritirato, ormai morente, il padre Orazio per affrescare il palazzo della regina. È l’ultima volta che padre e figlia si incontrano, il ricordo del passato è sempre vivo in entrambi, Orazio aveva capito e coltivato il talento della figlia, ma se la figlia aveva compreso il padre e le sue ragioni, a distanza di anni non lo aveva però perdonato. Comprendere non significa perdonare.

Al rientro a Napoli Artemisia continuerà a vivere di pittura, perché questa è stata fin da adolescente la sua scelta di vita, perseguita con determinazione e coraggio, accompagnata da gioie e dolori che il mestiere dell’arte comporta ma senza mai venir meno alla sua naturale inclinazione. 
Palmira, la figlia, non seguirà le orme materne, come capita spesso ai figli di grandi artisti per cui non è possibile raggiungere l’eccellenza di chi li precede. È attratta dalla bellezza e dalla ricchezza, e dice Artemisia “la sua vita era stata troppo facile e in una vita facile l’immaginazione non si sviluppa”. A differenza Artemisia ha il dono dell’artista che sa immedesimarsi nel personaggio che ritrae, comprenderlo e intuirne i moti dell’animo. Così è stato per le sue tante eroine bibliche, Susanna, Giuditta, Betsabea, Lucrezia, per altre figure femminili come Cleopatra o la Santa Cecilia. Artemisia sapeva anche che avrebbe potuto far altro, dipingere altri soggetti da quelli richiesti, purtroppo la voga era quella della bellezza ideale mentre, da pittrice, era consapevole che anche la bruttezza ha un suo messaggio, un suo fascino perché la realtà è molto più complessa e meno rassicurante di una raffigurazione armoniosa.


Con notevole anticipo su altre pittrici posteriori che hanno dovuto faticare per affermarsi, Artemisia Gentileschi è un esempio, perché l’arte, come la letteratura, sono state a lungo precluse al genere femminile, Artemisia ha avuto la volontà di risparmiarsi una vita di semplice moglie dedita alla preparazione dei pasti, ad allevare la prole, a realizzare pizzi e ricami o di rinchiudersi in un convento a vivere in solitudine come suor Paola e suor Graziella, sue amiche e fedeli confidenti recluse nel Convento di Trinità dei Monti, lontana dall'arte che si alimenta sempre di altra arte. A distanza di secoli possiamo dire che sia stata una vera artista nel senso più puro del termine, che ce l’abbia fatta a vivere della sua passione, impastando le sue tele di colori, di sofferenze vissute, di riscatto da quello che sembrava essere un destino segnato dal peggiore dei disonori per una donna dell’epoca, nobilitata dalla sua arte stessa.
 

Di lei Giulio Carlo Argan scrive, a proposito del suo contributo alla diffusione del caravaggismo a Napoli: “…la lunga permanenza di Artemisia Gentileschi rafforzano la tendenza alla pittura-poesia: ad una poesia che nasce da una ferita dell’anima, da un’esperienza da cui ci si ritrae dolenti” (Storia dell’Arte Italiana, Sansoni Editore, p.308)

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