8 maggio 2015

Lettere d'amore di Enrico VIII ad Anna Bolena


Iolanda Plescia
Le lettere d’amore di Enrico VIII ad Anna Bolena: traduzione e distanza
Interviene Nadia Fusini

Casa delle Traduzioni, Via degli Avignonesi, 32 00187 Roma

Con la partecipazione di Nadia Fusini, studiosa del Rinascimento inglese e profonda conoscitrice e traduttrice di Shakespeare, la traduttrice delle lettere, Iolanda Plescia ha ripercorso le fasi del lavoro all’interno di una riflessione più ampia sulla lingua che di lì a poco, grazie alla figlia di Enrico, avrebbe dato il via a quella straordinaria stagione linguistica e culturale che chiamiamo, appunto, elisabettiana.
L’incontro che si è tenuto alla Casa delle Traduzioni è stato dedicato al problema della traduzione di testi lontani nel tempo, in cui la distanza linguistica si associa a una distanza culturale che pone sfide interessanti al traduttore. Le lettere di Enrico VIII ad Anna Bolena nascono all’interno della fluida mutevolezza dell’inglese early modern, ma sono anche il frutto di convenzioni linguistiche e culturali del tempo, che per esempio determinano una doppia identità linguistica per Enrico, il quale scrive sia in inglese che in francese. Il contesto storico degli anni cruciali dello scisma inglese, gli stilemi e le immagini di un dialogo della passione fortemente legato al linguaggio dell’amor cortese, la forma epistolare, sono tutti fattori che influenzano in vario modo il lavoro traduttivo. 

Queste lettere sono inedite e furono scritte quando Enrico VIII era ancora sposato con Caterina d’Aragona, quelle giunte sino a noi sono appunto le lettere del re che sono state ritrovate duecento anni dopo presso la Biblioteca Vaticana. Iolanda Plescia racconta come le lettere vennero poi pubblicate in Inghilterra nel Settecento ad opera del vescovo Burnet, diventando un classico. Emerge con chiarezza che Enrico non amasse scrivere, la ritiene un’incombenza gravosa. Qui però si dilunga in racconti sulla peste, in pettegolezzi di corte, costruisce emblemi, elargisce doni ed allegorie per conquistare e intrattenere l’amata. Il fatto che le lingue delle lettere siano il francese e l’inglese è indice del grado di popolarità delle due presso le corti del tempo. Il francese era lingua colta e raffinata e godeva di ampio prestigio culturale internazionale. Conoscerla significava far parte di una élite. Enrico VIII ne fa uso, ma in modo sicuramente ingenuo, non è uno scrittore all'altezza di Shakespeare, ma lascia trasparire il senso di una passione autentica. Probabilmente l’uso del francese è riconducibile alla fase segreta del corteggiamento, mentre una volta scoperta la relazione Enrico passa all’inglese e si dedica attivamente a sciogliere il matrimonio.

Nadia Fusini sottolinea come Enrico VIII non fosse un principe rinascimentale in senso classico, è un principe a cui piace andare a caccia e non è certo un amante cortese. L'immagine di lui più celebre giunta sino a noi è quella del ritratto di Hans Holbein, oggi conservato a Palazzo Barberini. In queste lettere il suo uso della lingua è ingenuo, elementare nei modi e nell'espressione sentimentale, come nelle allusioni a sfondo erotico, ma pur sempre sincero. L’inglese del tempo d’altronde è molto libero, più eloquente che grammaticale, quasi asintattico.
Per conto suo Anna Bolena ha vissuto presso la corte francese, è una donna colta e intelligente, moderna nel sostenere l’esigenza di tradurre la Bibbia in inglese e che le donne debbano leggere quanto gli uomini. Da un punto di vista politico, in una lettera inclusa nella raccolta e a lei attribuita prima della decapitazione nel tentativo di incontrare la pietà del marito, la sua scrittura rimarca la fedeltà e la legittimità della figlia Elisabetta. 
Enrico era ossessionato dalla discendenza, a quei tempi mancare a una generazione era mancare a un compito regale. Anna Bolena ne era consapevole e ha fatto una politica finalizzata a un’unione legittima, non voleva essere certo relegata al ruolo di concubina ma aspirava a quello di sovrana. 
A differenza di Enrico, la figlia Elisabetta farà ampio e sapiente uso della lingua come strumento di comunicazione e potere. Per lei, che conosceva più lingue, la lingua era un’arma e un mezzo di difesa. In questo Elisabetta onora la madre, nel tratto colto, del loro rapporto non sappiamo oltre. Per scelta e vocazione Elisabetta volle essere monarca assoluto, e fece funzionare il mito della verginità come equivalente della virilità.
Nella propaganda si dice che la regina è come un’isola e come tale impenetrabile. Seppe invertire la pulsione alla generazione del padre e rovesciare uno degli attributi regali, quello di condurre guerre, regalando invece ai suoi sudditi un regno di pace e splendore.

Nadia Fusini, anglista, scrittrice, traduttrice di Virginia Woolf e di Shakespeare, attualmente insegna Letterature comparate alla Scuola Normale Superiore, dopo aver ricoperto per anni la cattedra di Critica Shakespeariana all’università ‘Sapienza’ di Roma. Tra i suoi ultimi libri, Di vita si muore: lo spettacolo delle passioni nel teatro di Shakespeare, Mondadori, 2010, Hannah e le altre, Einaudi, 2013, la traduzione e cura di Tutto è bene quel che finisce bene per Feltrinelli (2012).

Iolanda Plescia è ricercatrice in Lingua e traduzione inglese all’università ‘Sapienza’ di Roma, dove insegna Storia della lingua inglese, con particolare riferimento al periodo elisabettiano. È autrice di saggi sulla lingua shakespeariana e traduttrice e co-curatrice, con Nadia Fusini, di Lettere d’amore di Enrico VIII ad Anna Bolena per l’editore Nutrimenti (2013), nella collana Tusitala a cura di Filippo Tuena. Al momento sta curando la traduzione di Troilo e Cressida.




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