21 maggio 2015

Matisse, l’armonia del colore e la ricerca dell’ornamento



“un’unica tonalità non è che un colore; due tonalità sono un accordo, sono vita”


Henri Matisse (1869-1954), a differenza del contemporaneo amico rivale Picasso, protagonista dell’emergente cubismo, ha manifestato attraverso la sua produzione una genialità contraddistinta dalle atmosfere cromatiche, dall’accostamento di colori impensabili, dal gioco di luce e colore, dal ritmo della composizione scandita dalla ripetizione quasi musicale e dall’accordo degli elementi, dall’abbandono di ogni rigore prospettico, fino ad arrivare, nell’ultima fase, all’assoluta piattezza del colore e a un disegno ridotto ai minimi termini. Una sintesi che aveva ammirato in Giotto e nei suoi affreschi ma anche negli oggetti che hanno circondato i suoi studi, le sue abitazioni, i ritratti dei suoi numerosi interni e dei personaggi con cui ha condiviso la propria vita (G. Dorfles, A. Vettese, Arti visive, Atlas, p.61).
La mostra Matisse. Arabesque presso le Scuderie del Quirinale fino al 21 giugno è una rassegna a cura di Ester Coen che presenta al pubblico novanta opere tra dipinti, disegni e costumi teatrali realizzati per i Balletti Russi in occasione de Le chant du rossignol, messo in scena a Mosca nel 1920, affiancati da esempi di decorazioni murali arabescate, da tappeti dai motivi moreschi, e poi manufatti, vestiti, stampe giapponesi provenienti da Marocco, Iran, Francia ma anche da musei italiani come il Pigorini e il Museo Nazionale d’Arte Orientale G. Tucci di Roma con lo scopo di documentare ed esplicare la fascinazione e la suggestione della decorazione e del mondo esotico esercitate su Matisse da civiltà lontane ma nate anch’esse sulle sponde del Mediterraneo. Medio ed Estremo Oriente, il soggiorno in Algeria e Marocco, l’Africa, la fascinazione condivisa con altri artisti coevi per le stampe giapponesi, confluiscono in un’esperienza di vita che si è fatta materia d’arte.
Ne nascono una nuova spazialità, una nuova concezione della rappresentazione e della centralità nel quadro dei dettagli e della decorazione che Matisse anticipa persino sull’arte contemporanea posteriore e a noi più vicina, facendosi precursore e innovatore di tendenze e modalità espressive. Come ha spiegato in maniera esauriente Daniela Lancioni in un incontro intitolato Arabesque: da ornamento a struttura. Riflessione semi-lecita sull’arte contemporanea tenutosi presso Palazzo delle Esposizioni, il dibattito sull’arte decorativa ha da sempre animato l’arte europea a partire dal XVIII secolo. Adolf Loos, padre del razionalismo in architettura, ha condannato l’ornamento (A. Loos, “Ornamento e delitto”). Altri, come Vorringer difesero il ricorso all’ornamento che sì appartiene all’arte orientale, ma ha una logica misteriosa rispetto all’arte figurativa e manca dell’ingenuità tutta borghese di rappresentare la realtà a sua immagine e somiglianza.
Matisse ha subito il gusto del motivo decorativo aiutando ad accelerare un progresso dell’arte contemporanea. A lui interessa rappresentare attraverso arte e colore, così scrive a proposito: “quei preziosismi e arabeschi fanno parte della mia orchestrazione”. La decorazione non è abbellimento ma abbandono e sostanza del quadro.
Nell’arte contemporanea numerosi sono gli artisti che hanno ceduto alla decorazione, ognuno a suo modo e per ragioni estetiche diverse. Sironi per esempio adopera una scansione, amava le composizioni dove si succede una storia dopo l’altra (come in Giotto o Michelangelo). Il decorativismo per Sironi assume una posizione epica.
Jackson Pollock dipingeva assecondando il gesto manuale. È la crisi della pittura da cavalletto. 
Daniela Lancioni ricorda pure i formalisti e marxisti italiani (Accardi, Consagra, Dorazi, Guerrini, Turcato). A proposito di Capogrossi, come sosteneva Argan, “il segno è una figurazione dello spazio". Questo segno, in continuità, crea sequenze e un tentativo di inquadrare la realtà sotto forma di logica. All’interno di questi eventi c’è l’accidente, tra lo strutturato e l’irrompere della vita, del personale”. E continua, c’è in lui “ripetizione e continuità ritmica, la pratica di una tecnica povera”.
Anche l’architettura di Eiffel, Jean Nouvel, Renzo Piano si apre all’ornamento, ciò che sembra ornamento diventa parte strutturale dell’opera d’arte.
Il segno astratto poi, non può più essere una semplice decorazione.
Nelle composizioni dell’americano Sol LeWitt prevale un ritmo, l’artista fa ricorso alle ripetizioni e a un ordine ascrivibili all’ornamentale come per esempio nel suo Wall Drawing.
In Andy Warhol la ripetizione appare come variante e Warhol è certamente il campione dell’arte alta e bassa accorpata al dibattito tra arte ornamentale e figurativa. La sua carriera infatti è sintomatica di questa contrapposizione. Nasce come disegnatore di pubblicità per diventare protagonista della Pop Art. La sua prima mostra a Los Angeles, Campbell Soup Cup (1962) è interamente costruita su una sola immagine dedotta dalla società dei consumi.
La canadese Agnes Martin, appartenente alla cultura minimalista, realizza lavori che riguardano spesso la natura rappresentata su griglie. La tedesca Hanne Darboven, esponente dell’arte concettuale, usa progressioni numeriche simili a un fregio o uno spartito musicale. I numeri, dice, sono un modo di scrivere senza descrivere.
Tra gli italiani, infine, ricordiamo, Giulio Paolini che ha creato autoritratti dorati come fossero metope di un tempio antico.
Il concetto di sistema appartiene all’arte concettuale, siamo in epoca di strutturalismo e metalinguaggio dove i fenomeni sono concepiti come unità il cui valore viene stabilito dai rapporti reciproci interni. In questo senso l’ornamento nella società contemporanea è portatore di differenze, di varianti che consentono uno sguardo altro, aperto al cambiamento.
Il decorativo si manifesta nell’arte contemporanea in termini di un sistema. È un linguaggio universale ed è anche un sistema entro una società globalizzata dove l’ornamento aiuta a identificare le differenze. Contro ogni forma di omologazione e conformismo dilagante e in nome di una libertà espressiva e di identità che da sempre l’arte comunica.
Come ben esprime il quadro di Matisse in mostra alle Scuderie, Il paravento moresco, 1921, un ambiente domestico può contenere arredi e componenti provenienti da luoghi geografici lontanissimi, lo spazio della quotidianità può testimoniare un incontro di differenze, esperienze di scambio e dialogo tra culture e tradizioni che non si appartengono ma di cui, grazie alla conoscenza e al contatto, ci si può sentire ad ogni modo spettatori partecipi. 

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