28 luglio 2015

Rettangolo di Mare




MAR JONIO


Il punto più profondo del Mediterraneo, il Mar Jonio bagna le regioni del Sud Italia, rispettivamente Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia e fa da spartiacque tra Italia, Grecia e Albania. Il suo nome deriva dal greco e indicava il tratto di mare che separa i due Paesi, mentre per studiosi e linguisti di lingua albanese il nome vorrebbe significare "mare nostro".

23 luglio 2015

Luca Grecchi. Perché non possiamo non dirci Greci



Luca Grecchi, Perché non possiamo non dirci Greci. Editrice petite plaisance 


Segnalo volentieri questo testo, perché in origine mi ha ispirata il titolo che è una esplicita premessa dei contenuti e della loro attualità alla luce delle nostre radici e origini come europei.

Questo testo costituisce una sintesi della complessiva interpretazione delle radici greche del pensiero occidentale, svolta da Luca Grecchi, e messa in relazione con l'interpretazione delle radici cristiane operata da Benedetto Croce. Il libro mostra la contemporaneità della filosofia greca classica, che, in quanto tale, rimane una più che valida e moderna proposta per la guida del nostro tempo, così incerto e frammentario. Il testo assume inoltre una posizione critica verso alcune riproposizioni attualizzanti di autori di epoca ellenistica, come Epicuro e Luciano di Samosata e contiene in appendice una difesa di Socrate, Platone e Aristotele.

Ringrazio l'Associazione culturale senza fini di lucro Petite Plaisance per le informazioni e l'anteprima del testo che leggerò avidamente. Perché anche una piccola realtà editoriale in linea con una tradizione autentica e di qualità, può promuovere letture di valore e interesse collettivo.


In copertina: Testa di Ulisse, Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga

Petite Plaisance

www.petiteplaisance.it

Monumento preferito? Il Pantheon

Pantheon, piazza della Rotonda, Roma
Il Pantheon si trova nel cuore dell'antica Roma ed è stato costruito dai Romani per dare una casa terrena agli dei. Il suo nome significa infatti “tempio di tutti gli dei”. Si trova nel quartiere romano di Campo Marzio e oggi è una basilica cristiana dove vengono celebrate messe e matrimoni.
Questo antico tempio dà su piazza della Rotonda, con cinque gradini e un portico dalle alte colonne trasportate dal lontano Egitto. 
Dopo una cella, una stanza di passaggio, si arriva nella sala rotonda dove riposano re, principi e musicisti. Sul tetto della sua cupola c'è l'oculo, detto anche lucernario, che fa entrare un pizzico di cielo e la luce di giorno.

Un po' di storia Fu Marco Vipsanio Agrippa, amico e parente dell'imperatore Augusto, a volere la costruzione di questo tempio nel quartiere romano di Campo Marzio. Sotto l'imperatore Domiziano il tempio venne restaurato dopo gravi incendi, e infine ricostruito completamente sotto Adriano, altro imperatore. In epoca cristiana è diventato una basilica con il nome di Santa Maria ad Martyres, dove si celebrano messe e matrimoni. All'interno, ai lati della sala circolare, riposano per sempre nelle rispettive tombe gli ultimi re d'Italia - Vittorio Emanuele II, la regina Margherita, il figlio Umberto I - e altre personalità illustri come Raffaello Sanzio, Arcangelo Corelli, Baldassarre Peruzzi, e Annibale Carracci.

Com'è fatto il Pantheon Il Pantheon ha un pronao, una specie di portico presente anche nei templi dei Greci. Il pronao si presenta davanti con otto colonne di granito grigio che danno sulla piazza. Dal pronao si raggiunge la cella, una stanza all'ingresso del tempio. Dopo questo breve percorso c'è la sala circolare. Il granito rosso e grigio delle colonne proviene direttamente dall'Egitto. Sul pavimento ci sono lastre di marmo colorato, a forma di cerchio o quadrato. Per il Pantheon i Romani hanno adoperato marmo, travertino, e una miscela di pezzi di mattoni, tufo, calcestruzzo, e lava dei vulcani.  

Il pronao e il frontone Il pronao contiene in totale 16 colonne con sopra un frontone. Davanti ci sono otto colonne, sui lati quattro. La parte interna è divisa in tre navate da altre due file di quattro colonne ciascuna. Le navate laterali contenevano due nicchie: una per la statua di Agrippa, l'altra per la statua di Augusto. 
Nei secoli al Pantheon sono stati tolti marmi e bronzi. Della copertura e delle decorazioni in bronzo del timpano rimane ben poco: il bronzo è stato adoperato per costruire 80 cannoni destinati a Castel Sant'Angelo e per il Baldacchino di San Pietro, opera di Gian Lorenzo Bernini. Per intervento di questo rinomato architetto furono aggiunti in alto al Pantheon due campanili chiamati scherzosamente dal popolo “orecchie d'asino” e in seguito rimossi.

La sala rotonda La sala interna, di forma circolare, è simile a un cilindro coperto da una sfera tagliata a metà con al centro un grande oculo, un foro detto anche lucernario. Si possono osservare magie di luce e ombra, grazie alle forme architettoniche di edicole e nicchie contenute sui lati, o direttamente in alto sui cassettoni.
Quando la pioggia passa attraverso l'oculo e finisce sul pavimento l'acqua piovana viene raccolta dal sistema di scolo studiato dai Romani per non allagare il tempio.

La cupola. La volta e i cassettoni Le cinque file di “cassettoni” si scoprono guardando dritto in alto sulla volta, all'interno della sala circolare. Il Pantheon è tra i monumenti dell'antica Roma quello meglio conservato. Questa straordinaria opera riesce a reggere una grande cupola senza armatura. I Romani hanno usato una tecnica speciale per non inzuppare troppo il calcestruzzo con l'acqua, lasciando la giusta quantità di bolle d'aria per rendere il materiale solido e resistente dopo essersi asciugato. Grazie a questo procedimento il Pantheon sta in piedi da più di venti secoli!

Le tombe dei personaggi I personaggi sepolti nel Pantheon sono realmente esistiti in epoche diverse e fanno parte della storia d'Italia.
Raffaello Sanzio
Detto il “principe dei pittori”, Raffaello nasce ad Urbino. Ha cominciato a dipingere ancora bambino nella bottega del padre. A Roma ha lavorato al cantiere di San Pietro e affrescato le Stanze Vaticane. Ha aperto la più importante bottega di pittura della città per realizzare le sue opere con l'aiuto di giovani allievi e maestri di gran talento artistico. 
Annibale Carracci
Pittore e fondatore di una delle prime Accademia di Belle Arti nella città nativa di Bologna. I suoi affreschi di Palazzo Farnese a Roma hanno suscitato grande stupore per la loro bellezza. In alcuni quadri ha creato caricature e rappresentato soggetti contadini come il Mangiafagioli.
Arcangelo Corelli
È stato un famoso musicista del suo tempo. Componeva musica barocca e dirigeva orchestre nei concerti organizzati per re, principi e ambasciatori delle maggiori corti europee.
Baldassarre Peruzzi
È stato un architetto e pittore. Nominato architetto della Repubblica di Siena, nel cantiere di San Pietro ha affiancato Donato Bramante, altro importante architetto. Come pittore ha lavorato insieme a Raffaello per affreschi e decorazioni. Progettò ville per nobili e banchieri, come pure chiese e palazzi signorili.

Vittorio Emanuele II, la regina Margherita, il figlio Umberto I Gli ultimi re d'Italia appartenevano alla famiglia Savoia.

Curiosità: il segreto della meridiana
Fonte: ArcheoRivista: Roma, il Pantheon era un’enorme meridiana?

Nel 2005 Robert Hannah, un esperto di orologi antichi dell'Università neozelandese di Otago in Dunedin, dopo aver visitato il Pantheon ha avanzato una nuova e interessante tesi: il Pantheon non è solo un tempio. Per questo studioso della Nuova Zelanda, il Pantheon è anche una meridiana, cioè un enorme orologio solare. Secondo questa nuova teoria, la direzione della luce solare che entra dal lucernario attraversa la sala in punti del soffitto, dei lati o del pavimento che cambiano nelle diverse stagioni dell'anno. Per Hannah gli antichi hanno studiato e scelto con cura il punto migliore dove costruire la casa perfetta delle divinità. Per innalzare gli imperatori al cielo nel loro cammino verso il regno degli dei. Questa è una fra le tante teorie sulle origini millenarie e affascinanti di questo tempio.

21 luglio 2015

Tempo d’estate e di bilance. La prova del costume

Siamo in piena estate e ognuno combatte questo torrido, rovente e inusuale caldo che ha investito l’Italia, da Nord a Sud, come meglio può. C’è chi ha la fortuna di essere già in vacanza in qualche località e lì dove si trova almeno il caldo è mitigato dal mare, può concedersi qualche bagno refrigerante oppure starsene in montagna dove, credo, il caldo sia più tollerabile...Per chi ancora resiste in città, si cercano luoghi e posti al riparo dalla calura soffocante degli ambienti urbani. Piscine, giardini o parchi.

L’arrivo dell’estate comunque coincide prima o poi, per la maggior parte delle persone, con una meritata e sospirata pausa. Per chi studia, per chi lavora, e anche per chi non lo fa. È una tradizione salutare per il corpo e per la mente.

Nella bella stagione però ci si guarda di più allo specchio. Rispetto all’inverno, d'estate si fa più shopping (tra negozi e mercatini la scelta è varia), e poi c’è la prova costume…e bisogna allora fare i conti con la bilancia. Sì ne abbiamo già parlato in passato, di come la prova costume possa condizionarci, per i chiletti accumulati e perché siamo bombardati, troppo, da messaggi pubblicitari che ci vogliono in forma, sode, toniche, con pelle liscia e perfetta…E quindi bisogna dare il via all'uso di creme, massaggi drenanti (mi scuso, ma non ho la più pallida idea a cosa e se servano), e poi c’è anche l’infuso adatto, l’argilla da spalmare su glutei, ventre, interno braccia e cosce per poi avvilupparsi come salami nella pellicola da cucina e attendere il risultato, con santa pazienza, per svariati minuti…

Il mercato cosmetico è vario, i modelli femminili proposti sono talvolta irraggiungibili: si rincorrono risultati nella speranza di somigliare ed essere come tizio e caio. I messaggi pubblicitari possono creare molte illusioni. Sulla carta stampata, per esempio, trovai una réclame di una nota azienda di prodotti cosmetici che addirittura proponeva una crema il cui uso avrebbe restituito un ovale perfetto. Ora non bisogna essere esperti del settore per sapere che, da che mondo e mondo, con il viso ovale ci si nasce, e ognuno/a ha una forma, in base agli zigomi, all’altezza della fronte, alla sporgenza del mento, c'è per esempio la forma concava o convessa in base al proprio naso e via dicendo…

La pubblicità è un mezzo per vendere, se il prodotto è buono e il costo proporzionato al risultato, d’accordo, ma bisognerebbe ridimensionare certe affermazioni per non cadere vittima di acquisti sbagliati e creare false aspettative. Specie quando si è più attenti alla linea e all'estetica, come per esempio in fase adolescenziale. Infine una cura ossessiva per il corpo mi sembra spropositata. Gli antichi Romani e Greci curavano corpo e mente, ma oggi si dovrebbe bilanciare il tutto in ugual misura. È il caso di godersi l'estate e la vacanza dopotutto: arrivare in spiaggia con qualche capello fuori posto o una smagliatura in più non ci impedirà di apprezzare ugualmente questo momento di riposo.

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Annuncio d'estate

20 luglio 2015

17 luglio 2015

STAR PARTY. La festa delle stelle



Star Party. Per un Pugno di Stelle, il V Star Party di Roma 


La sera del 19 luglio lo spettacolare Campo dei Tornei all’interno di Villa Torlonia, oscurato per favorire le osservazioni, si trasformerà in un’arena astronomica: chiunque vorrà, potrà allestire il proprio telescopio e metterlo a disposizione degli altri per una grande osservazione collettiva del cielo, secondo la tradizione di questa “festa delle stelle” che coinvolge da cinque anni a questa parte, astronomi, astrofili e semplici cittadini.
A differenza dello star party nato nei paesi anglosassoni come una specie di “rave astronomico” in occasione del quale gli appassionati si radunano in luoghi isolati e bui, lontani dalle città, da cui osservare meglio le stelle, il Planetario di Roma ha proposto la formula dello star party entro il territorio urbano. L’intento è di sensibilizzare i cittadini alla salvaguardia del cielo stellato, di pari passo con un corretto utilizzo delle fonti di illuminazione artificiale.
Gli astronomi del planetario saranno a disposizione per condurre le osservazioni con i propri telescopi. Non mancheranno visite guidate al cielo estivo, a cura degli astronomi Gabriele Catanzaro, Giangiacomo Gandolfi, Stefano Giovanardi e Gianluca Masi.
Chi porterà il proprio telescopio può segnalarlo all’indirizzo e-mail info@planetarioroma.it. Ciascuno avrà uno spazio per allestire un personale osservatorio e tutte le informazioni necessarie. Chi non ha un telescopio potrà invece sbirciare in quelli degli altri, curiosando fra le stelle d’estate sopravvissute in città. Sotto gli sguardi degli osservatori ci saranno una sottile falce di Luna, Saturno, Vega, Antares, Arturo, Albireo e tanti altri astri da scoprire.
Lo Star Party rientra nella programmazione estiva del Planetario di Roma, che nei mesi di luglio e agosto si svolgerà in orario serale, insieme ad altri eventi all’interno di Astrosummer 2015. 

Technotown è promossa dall'Assessorato Scuola, Sport, Politiche Giovanili e Partecipazione di Roma, con l'organizzazione di Zetema Progetto Cultura.
Astrosummer 2015 e le attività del Planetario di Roma sono promosse dall'Assessorato alla Cultura e al Turismo - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con l'organizzazione di Zetema Progetto Cultura.
Planetario e Museo Astronomico, Campo dei Tornei di Villa Torlonia
(accesso da Via Spallanzani, 1/A)
Orario
Dalle ore 21.00 alle 23.30
Biglietto d'ingresso
Gratuito fino a esaurimento posti disponibili, prenotazione obbligatoria allo 060608 tutti i giorni dalle 9.00 alle 21.00
Informazioni 060608 tutti i giorni dalle 9.00 alle 21.00

Mario Carbone


Nel 1959 Mario Carbone conosce, a Roma, Elisa Magri che sarà la compagna di tutta la vita; è lei, pittrice e poi gallerista, che gli farà scoprire Roma come città dell’arte e degli artisti. Frequenta l’ambiente degli artisti di Piazza del Popolo: Mimmo Rotella, Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli.


Lo sguardo di Carbone estende i suoi orizzonti anche negli ambienti e nei luoghi deputati dell’arte e dagli anni Sessanta dello scorso secolo diventa testimone attraverso documentari e immagini fotografiche dei più interessanti e innovativi eventi legati all’arte che si svolgono non solo nella capitale, ma in tutta Italia.

Si ricordi anche, la serie di scatti e un cortometraggio relativo alla performance Imponderabilia di Marina Abramović e Ulay nella Galleria d’Arte Moderna di Bologna nel 1977, che Carbone realizza a testimonianza dell’allora scandaloso, quanto rivoluzionario evento.

Il cibo nelle immagini di Carbone

Mario Carbone. Donne che impastano, Sardegna, 1958

Il cibo non è solo un alimento che interessa la sfera gustativo-sensoriale, ma è anche un prodotto ricco di significati sociali, culturali e simbolici legati alla comunicazione, all’identità, alla religione. In questa cornice si collocano le fotografie sul cibo di Mario Carbone.

IL PANE E LA PANIFICAZIONE 
Il pane è un alimento che è stato oggetto di studio sotto molteplici aspetti. Dal punto di vista delle tecniche tradizionali di produzione, a partire dal grano, fino a quelle della panificazione vera e propria, dalle forme agli usi quotidiani e cerimoniali, dai rituali che lo reputano centrale, esemplare quello dell’eucarestia.
Le immagini di Carbone dedicate al pane, realizzate in Sardegna (1958) e in Lucania (1960), mostrano alcuni di questi aspetti. Quelle della Lucania sono state scattate in occasione di un viaggio compiuto insieme a Carlo Levi, per documentare i luoghi dell’esilio dell’intellettuale antifascista torinese raccontati nel libro “Cristo si è fermato ad Eboli”. Le immagini documentano in particolare alcune fasi della lavorazione del pane, compito svolto dalle donne nelle loro abitazioni: l’impasto, la puntatura (il riposo dell’impasto), la spezzatura e formatura, la lievitazione, il trasporto sulla testa delle pagnotte al forno per la cottura.

LA PESCA 
Nel Sud Italia la pesca è un’attività prevalentemente maschile come mostrano le fotografie scattate nel villaggio di pescatori di S. Giovanni di Sinis, nel Golfo di Oristano in Sardegna. Oltre alla piccola pesca praticata in mare con tecniche tradizionali, i pescatori una volta a terra si occupano del pescato sistemandolo in cassette di legno, curano gli attrezzi del mestiere, rammendano le reti, e rimuovono alghe e detriti rimasti impigliati nelle maglie. Gli scatti di Carbone raccontano la piccola pesca tradizionale, attività in profonda crisi, e la cui scomparsa significa non solo perdere una attività che produce reddito e lavoro, ma implica anche la perdita di uno straordinario patrimonio culturale legato ai saperi e alle pratiche tipiche del Mediterraneo sin dalla preistoria.

FESTA DELLE PASSATE 
A Marta (VT) si svolge ogni anno a maggio la Festa delle Passate. È un corteo in costume locale in cui sono rappresentate le diverse categorie (Casenghi, Bifolchi, Villani e Pescatori) in cui era articolata la struttura sociale della piccola comunità agro pastorale e di pescatori in prossimità del lago di Bolsena. Le immagini ritraggono la sfilata dei carri sopra i quali sono allestite scene di vita rurale e lacustre. La meta finale del corteo è il santuario della Madonna del Monte, fuori dal paese, dove vengono compiute le “Passate”, cioè i tre passaggi di ciascuna delle quattro categorie davanti alla effige della Madonna del Monte. Il rituale è un omaggio alla Madonna, ma anche un’affermazione del protagonismo popolare, una specie di performance “museale” della cultura e della società locale.

FESTA DELLA FRUSTICA
Le fotografie di Carbone mostrano il consumo conviviale di cibo, che si affianca alla festa della Frustica. Il cibo è cucinato in base a ricette della tradizione laziale dalle famiglie di Faleria. La festa si svolge a giugno e vede protagonista la Banda musicale omonima, composta da circa settanta elementi. Il nome “Frustica” è dovuto al fatto che i musicisti fanno uso di strumenti tradizionali “rustici”, realizzati con materiali poveri e facilmente reperibili (“bodibu”, “caccavella”, trikballac”, “tamorra”, “forbici”) oltre a strumenti classici come il clarinetto, il filicorno o la tromba.

IMMAGINI DALL’INDIA 
Sono scene di vita quotidiana colte nelle grandi città di Calcutta, Bombay, Madras e New Deli, o in piccoli villaggi o nelle aree rurali percorse da pastori nomadi. Queste fotografie furono fatte durante un viaggio in India nel 1964, compiuto insieme al regista Giuseppe Ferrara per la realizzazione di due film prodotti dall’ENI. Lo sguardo fotografico si posa su piccole botteghe, venditori ambulanti, persone che preparano il cibo per strada, famiglie di pastori in sosta insieme al gregge.
Le foto mostrano una realtà solo in apparenza lontana dalla nostra; ricordano infatti che la povertà e la fame nascono dai profondi dislivelli sociali che, negli stessi anni, riguardavano molti paesi del cosiddetto Terzo Mondo e il meridione d’Italia.

Cibo, arte e ritualità nelle fotografie di Mario Carbone

Mario Carbone. Portatrice di pane, Barile, 1958

Buono da guardare: cibo, arte e ritualità
nelle fotografie di MARIO CARBONE

Museo di Roma in Trastevere
17 luglio -13 settembre  2015

A cura di Silvana Bonfili e Donatella Occhiuzzi

Il cibo è il filo conduttore che lega le immagini selezionate nella mostra fotografica di Mario Carbone. Il suo sguardo si sofferma sulle tematiche del cibo e dell’alimentazione, cogliendone in particolare il senso profondo della ritualità e religiosità. Il cibo, nelle immagini di Carbone, viene indagato dalla produzione al consumo, in alcuni casi insufficiente, in altri eccessivo e degradato, senza mai tralasciare la valenza comunicativa che riveste nelle comunità rappresentate.

La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo di Roma - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con la cura di Silvana Bonfili e di Donatella Occhiuzzi, presenta, al Museo di Roma in Trastevere dal 17 luglio al 13 settembre 2015, un percorso espositivo comprendente oltre mezzo secolo (1950-2001 circa) di reportage fotografico, attraverso 71 immagini b/n e color, provenienti dall’Archivio Mario Carbone.

Le fotografie ricostruiscono parte della nostra storia più recente, spaziando dalle immagini a carattere prevalentemente etnografico degli anni Cinquanta dello scorso secolo che ritraggono il sud d’Italia - Basilicata, Sicilia, Sardegna, Calabria, territori con un’economia ancora prevalentemente agro-pastorale o legata anche alle attività della pesca - a quelle più caratterizzanti gli aspetti sociali e culturali del nostro paese che testimoniano le tematiche artistiche d’avanguardia.

Concludono il percorso alcune fotografie realizzate in India durante il viaggio compiuto dall’autore insieme al regista Giuseppe Ferrara nel 1960. Immagini di donne e uomini ripresi nei gesti antichi e senza tempo dei cicli agropastorali, la lavorazione tradizionale del pane, la pesca, la vendita nei mercati, i banchetti durante le festività o la mancanza del cibo in eventi eccezionali quali il terremoto del Belice.

La ritualità, nel duplice aspetto laico e devozionale dell’alimentazione, è evidenziata nelle immagini delle feste popolari riguardanti  la Festa delle Passate a Marta in onore della Madonna del Monte e la Festa della Frustica a Faleria, ma emerge anche nell’aspetto simbolico, a evocare sacralità e blasfemia, nelle immagini che testimoniano alcune performances artistiche.

Le immagini dell’ "ultima cena”, inscenata a Milano nel novembre del 1970 dal gruppo milanese del Nouveau Réalisme, ideato da Pierre  Restany, alla presenza degli artisti Arman, Cesar Baldaccini, Christo, Niki de Saint-Phalle, Mimmo Rotella, Daniel Spoerri; dove Carbone ha saputo catturare con la sua macchina da presa i momenti più significativi di questa cena spettacolare, immortalando espressioni e gesti che evidenziano le personalità degli artisti coinvolti, che ben si inserivano nel clima culturale e sociale degli anni Settanta dello scorso secolo, caratterizzato da irriverenza e ribellione nei confronti delle istituzioni e dei valori tradizionali dell’arte e della società.

Ci sono poi gli scatti relativi al banchetto pagano e sacrificale, Lehraktionrealizzato da Hermann Nitsch (Vienna, 1938), in occasione della mostra Le Tribù dell’Arte, curata da Bonito Oliva negli spazi espositivi del Comune di Roma dell’Ex Fabrica Peroni ora Macro, nel 2001. Nitsch è un esponente di punta dell’ “Azionismo Viennese”, movimento caratterizzato da una poetica che coinvolge il corpo attraverso azioni dal carattere rituale. In presenza di un folto pubblico, l’artista viennese esegue gesti rituali evocanti una vera e propria liturgia, manipolando elementi di cibo quali interiora di animali, pane, pesci, frutta e ortaggi. L’intento è di suscitare in chi guarda sensazioni di disgusto e ribrezzo così da innescare una controreazione di catarsi e purificazione.
 
In collaborazione con MasterCard Priceless Rome

Con il contributo tecnico di Atac

Informazioni
Orari: da martedì a domenica ore 10.00 - 20.00; chiuso lunedì.
Biglietti: non residenti: intero € 8,50; ridotto € 7,50. Residenti: intero € 7,50; ridotto € 6,50. Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente.

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9–21)

16 luglio 2015

Claudio Parmiggiani

Tutta l’opera di Claudio Parmiggiani assume da lungo tempo il fuoco come mezzo di creazione e non di distruzione. Forse l’origine di questa scelta va ricercata in un’esperienza personale. Da bambino viveva in una casa isolata nella pianura del Po e qui vi faceva i suoi primi disegni; la casa fu in seguito distrutta da un incendio quand’era adolescente: “Quella casa non esiste più. Un giorno, tornando, l’ho vista incendiare, ardere in una grande luce, avvolta dalle fiamme, poi carbonizzata” (Claudio Parmiggiani, Parmiggiani 2010, p. 65). Diventato un artista riconosciuto, fece dell’incendio un mezzo di creazione. È nel 1970, in occasione di una delle sue prime mostre, che l’artista inventa il principio di Delocazione. Egli sottopone degli oggetti collocati davanti a una superficie all’azione del fuoco, mostrandone solo l’impronta rimasta e macchiata di fuliggine. Si tratta di pannelli che portano le tracce degli oggetti più diversi impresse nella fuliggine.

I quadri realizzati sulla base del principio della Delocazione, dalla fine degli anni ’90 dello scorso secolo, comprendono solo impronte di farfalle. Nei pannelli per la camera degli amori di Villa Medici, il fuoco distrugge e fa morire la farfalla ma, l’artista fa subire a quest’ultima una nuova metamorfosi. A differenza della sua breve esistenza, la farfalla non scompare ma al contrario permane. La farfalla vive così una nuova vita, che è quella dell’arte. Che i significati della farfalla siano molteplici è confermato dal fatto che l’insetto è indicato con parole tra loro molto diverse e di genere variabile nelle lingue indoeuropee: psychê (femminile) in greco antico, papilio (maschile) in latino (che ha dato origine al nome maschile in francese moderno), farfalla (femminile) in italiano, butterfly (neutro) in inglese, mariposa (femminile) in spagnolo, Schmetterling (maschile) in tedesco.

Fonte: testi di Éric de Chassey.

Claudio Parmiggiani è nato nel 1943 a Luzzara (Reggio Emilia). Si forma all’Istituto di Belle Arti di Modena (1958-1960). Giovanissimo frequenta Giorgio Morandi, il cui influsso sarà più etico che stilistico. Interessato alla poesia, negli anni ‘60 si avvicina al Gruppo 63 ed è in stretto contatto con Emilio Villa. Del 1970 sono le prime Delocazioni, opere di ombre e impronte realizzate con fuoco, polvere e fumo, tra cui si ricordano quelle per il Musée d'Art Moderne et Contemporain di Ginevra (1995), il Centre Pompidou di Parigi (1997), la Promotrice delle Belle Arti di Torino (1998), il Musée Fabre di Montpellier (2002), il Tel Aviv Museum of Art (2003).

Le sue opere sono state presentate in varie edizioni della Biennale di Venezia (1972,1982, 1984, 1995, 2015) e nei più importanti centri espositivi internazionali; tra le sue mostre personali si ricordano quelle allestite al Pac di Milano (1982), all’Albert Totah Gallery di New York (1986), al Museum Moderner Kunst di Vienna (1987), al Museo d’Arte Moderna di Strasburgo (1987), a Villa Arson a Nizza, al Palacio de Cristal di Madrid (1990), al Mathildenhöhe Institut di Darmstadt (1992), alla Galleria d’Arte Moderna di Praga (1993), al Centre méditerranéen d'art di Tolone (1999), al Musée Fabre di Montpellier (2002), a Palazzo Fabroni a Pistoia (2007). Jean Clair lo invita, unico artista italiano, alla grande mostra Mélancolie: Génie et folie en Occident, al Grand Palais di Parigi e alla Neue Nationalgalerie di Berlino (2005). 

L’opera di Claudio Parmiggiani per la stanza degli amori di Villa Medici

Stanza degli amori con opera di Claudio Parmiggiani. Crediti fotografici: Claudio Abate

«L’arte non è una risposta, ma una domanda che tale vuole restare.»
Claudio Parmiggiani, Parmiggiani 1995, p. 110

«Davanti a un’opera si può solo restare in silenzio, come quando si assiste a un incendio…»
Claudio Parmiggiani, Amic 2003, p. 103

L’Accademia di Francia a Roma ha invitato l’artista italiano Claudio Parmiggiani  a creare un’opera per il soffitto della stanza degli amori di Villa Medici, che dal 1 luglio 2015 viene mostrata al pubblico nell’ambito delle visite guidate. Tra i maggiori protagonisti del panorama artistico internazionale, Claudio Parmiggiani è difficilmente riconducibile a correnti specifiche per la singolarità e radicalità della sua opera connotata da un acceso spirito iconoclasta e da una ricchezza iconografica e di simboli.
Per Villa Medici l’artista ha realizzato un’opera che dialoga con i dipinti rinascimentali presenti sulle travi e con le pareti dipinte da Balthus. La stanza degli amori sviluppa così un racconto unico, che attraversa oltre quattro secoli di storia dell’arte. L'opera è composta da sette tavole – cinque quadrangolari e due ottagonali – della serie delle Delocazioni, che utilizza un principio allo stesso tempo tecnico e naturale, e con cui Parmiggiani ha lavorato a partire dal 1970, in una serie di nature morte, di ambienti e grandi biblioteche e oggetti che, dopo essere stati esposti all’azione del fuoco, vengono prelevati. Della loro forma rimane solo l’impronta lasciata dal fumo e dalla fuliggine sedimentati sulle superfici, traccia che ne evoca la memoria. Parmiggiani ha scelto una composizione di farfalle, già ricorrenti nella sua produzione, come materia e immagine per il soffitto della stanza.
Dopo aver restaurato nel 2011-2012 i fregi e i soffitti delle stanze delle Muse e degli elementi e averle incluse nel percorso delle visite guidate, l’Accademia di Francia a Roma ha voluto ora installare un’opera sul soffitto della camera degli amori che riflettesse l’identità di Villa Medici, ovvero quella di un “luogo in cui la creazione contemporanea nasce nutrendosi dei legami con la storia”, come afferma il direttore Éric de Chassey. Claudio Parmiggiani è stato scelto anche per il fatto che è italiano, poiché Villa Medici è amministrata dalla Francia a beneficio del mondo intero e in particolare del Paese in cui si trova. In secondo luogo perché la sua opera è in perfetta sintonia con lo spirito dei luoghi che la accolgono, perché era «l’artista più adatto a far sì che un vuoto passivo, morto, inattivo, lasciasse il posto a un vuoto attivo, il quale non venisse a cancellare la storia, compresa quella delle distruzioni dovute al fuoco e all’iconoclastia, ma trasformasse queste forze negative in principio poetico. […] Le tracce lasciate dalla fiamma, che ha creato le immagini delle farfalle en grisaille sul soffitto della stanza degli amori di Villa Medici, sono un invito al sogno e al viaggio mentale. Esse mostrano soprattutto la straordinaria potenza creatrice del sogno e della deriva.» (Éric de Chassey).
La realizzazione dell’opera e la sua installazione sono state rese possibili grazie al generoso sostegno di ventuno donatori, che hanno finanziato interamente il progetto, per il quale inoltre l’artista non ha richiesto alcun compenso. Il successo di quest’operazione dimostra l’impegno continuo dell’Accademia di Francia a Roma nella ricerca di mecenati e partner che possano contribuire allo sviluppo delle sue attività e del suo patrimonio storico.

Catalogo in italiano, francese e inglese pubblicato da Silvana Editoriale con testi di Éric de Chassey e Philippe Morel.

Informazioni sulle visite storiche
Da martedì a domenica: 10.00 francese, 11.00 francese e italiano, 12.00 inglese, 15.00 francese, 16.30 francese e italiano, 18.00 francese.
(Orari validi da giugno a settembre; informazioni sugli orari del resto dell’anno: www.villamedici.it).

Durata  della visita: 1h30 circa.  
Costo: 12 € (intero) / 6 € (ridotto); massimo 25 persone.
Giorni di chiusura: tutti i lunedì / 1 gennaio / 1 maggio / 25 dicembre
Per informazioni e prenotazioni: visiteguidate@villamedici.it / 06 6761

Accademia di Francia a Roma – Villa Medici
viale Trinità dei Monti, 1 - 00187 Roma T [+39] 06 67611

L’appartamento nobile di Villa Medici

Acquisita dal cardinale Ferdinando de’ Medici (figlio del granduca di Toscana Cosimo I e pochi anni dopo egli stesso granduca), Villa Medici, situata sul colle del Pincio e di proprietà del cardinale Giovanni Ricci, fu sottoposta da Ferdinando a un ciclo di lavori che riguardarono soprattutto un appartamento nobile sistemato sopra una nuova loggia monumentale e destinato ad accogliere al centro la sua camera da letto con due anticamere. A partire dalla sua partenza per Firenze nel 1587, la Villa sarebbe servita ad ospitare nobili o ecclesiastici romani e artisti desiderosi di studiarne la collezione o dipingere vedute (tra questi Velazquez).
Tra il 1584 e il 1586 le tre stanze che compongono l’appartamento furono decorate da Jacopo Zucchi, l’allievo più talentuoso del Vasari, e dotate di un arredamento lussuoso, paramenti di cuoio di Spagna, ornati di oro e grottesche. In ogni stanza furono eseguiti lavori di pittura, furono realizzati un fregio affrescato e un soffitto a cassoni decorato con sette tele. 
Nel soffitto della prima stanza al centro dominano le nozze di Giove e Giunone e altre divinità presenti, negli angoli troviamo le ninfe di Giunone e ai due lati del dipinto centrale Marte e Ebe. I personaggi mitologici sono un’espressione allegorica della dottrina, di origine eraclitea, della trasfusione degli elementi e delle teorie meteorologiche, di origine aristotelica e stoica, in particolare tramite la personificazione dei fenomeni atmosferici (Philippe Morel,“Le Parnasse astrologique. Les décors peints pour le cardinal Ferdinand de Médicis. Étude iconologique”, Villa Médicis 3, 1991).
Il soffitto della stanza delle Muse è invece dedicato alle nove Muse in quanto anime delle sfere, secondo i principi del filosofo neoplatonico Marsilio Ficino. Le Muse sono distribuite attorno a un grande dipinto centrale, di forma ovale, che raffigura la congiunzione planetaria di Giove e del Sole, un’immagine che si collega alla magia astrale (Ibid., pp. 120-218).
Mentre la stanza degli amori di Giove, ha perso quasi tutta la sua decorazione dipinta del soffitto. 

Per quanto riguarda le decorazioni dei soffitti delle prime due stanze dell’appartamento nobile, queste compongono un ampio sistema cosmologico. Nella stanza degli elementi è introdotto il mondo sublunare, nella stanza delle muse si fa riferimento alle nove sfere celesti. Questa successione rispecchia uno schema pitagorico, aristotelico e tolemaico attuale nella cultura medievale, fino al Cinquecento, prima della diffusione della rivoluzione copernicana. Le Muse guidano discepoli e ammiratori sulla via della conoscenza, svelando loro i segreti dei fenomeni atmosferici. Virgilio, nelle Georgiche, spera che le Muse lo accolgano per insegnargli le vie del cielo, le stelle, le eclissi del sole, le fasi della luna, l’origine dei terremoti, delle tempeste, delle maree e delle stagioni.

All’Archivio di Stato di Firenze esistono diverse planimetrie del piano nobile, risalgono al Settecento e il loro prototipo contiene questa iscrizione:
Vi erano in questa stanza sette dipinti di Nudità dipinti su tela che il Granduca Cosimo fece bruciare” (Archivio di Stato di Firenze, Regie Fabbriche 628). Questa decisione si comprende meglio se si lega alle scelte culturali di Cosimo III, che regnò sulla Toscana dal 1670 al 1723.
Non contento di controllare i costumi dei suoi sudditi con l’aiuto dell’inquisizione domenicana, Cosimo III si recò a Roma in occasione del giubileo del 1700, per ottenere indulgenze e reliquie (CONTI G. 1909, pp. 539-540). Fu proprio in occasione di quel soggiorno che il granduca prese la decisione di far distruggere i dipinti di nudo che adornavano uno dei soffitti delle stanze di Villa Medici, per motivi di pudore.
Cosa rappresentavano i sette dipinti di nudo distrutti da Cosimo III? Varie le ipotesi. Probabilmente i sette dipinti di nudo si riferivano agli amori di Giove e dovevano essere in armonia con i dipinti annessi che ancora oggi sussistono nei piccoli pannelli periferici. Le scene dei dipinti distrutti potevano mettere in vista le amanti (o l’amante) del maestro dell’Olimpo e i frutti di queste unioni, ovvero i figli nati dalle sue avventure, ciascuno con un valore astrologico. E poi è probabile un riferimento alle metamorfosi di Giove che, per giungere ai suoi fini, si manifestò alle sue amanti sotto diverse sembianze: come una dea, un’aquila, un cigno, un toro, un serpente, un satiro, una pioggia d’oro, una nuvola...Questi amori di Giove possono dunque essere collegati al mito della trasformazione delle amanti di Giove e dei loro figli e degli animali le cui sembianze sono state assunte in altrettante costellazioni. È il caso per esempio di Perseo (Danae), dei Gemelli (Leda), del Toro (Europa), dell’Orsa Maggiore (Callisto), dell’Acquario e del Toro (Ganimede o Asteria). Ma si tratta solo di ipotesi.

Nel suo insieme, la decorazione dell’appartamento nobile di Villa Medici dimostrerebbe una coerenza generale con lo svolgimento di un ampio affresco cosmologico. Elementi, pianeti e stelle vi sono rappresentati tramite figure o personificazioni mitologiche di solito femminili. Il tutto secondo la trasmutazione degli elementi, delle anime che danno vita al movimento delle sfere e della metamorfosi di creature terrestri in altrettante costellazioni.
All’insediamento dell’Accademia di Francia a Roma a Villa Medici, nel 1803, la stanza degli amori era ancora in questo stato di privazione e solo Balthus, durante i primi anni della sua lunga direzione (1961-1977), vi apportò qualche cambiamento.

Fonte: testi di Philippe Morel.

15 luglio 2015

Paese Italia. Paese Immobile




Questo post è dedicato alla mia amica Lucia, persona luminosa di nome e di fatto e in secondo luogo a quanti hanno deciso di continuare a vivere in Italia senza rassegnarsi di fronte a quanto accade nel Belpaese. 

Oggi è giunto il momento di affrontare un argomento diverso dai soliti trattati in questo blog, perché va bene dedicare attenzione ad arte e cultura ma viviamo calati in un contesto sociale, in un Paese, anzi nel Belpaese. Abbiamo in altra sede accennato a una certa insofferenza verso l’inefficienza del sistema Italia, che obiettivamente e per coerenza va riconosciuta. Non si può amare il proprio Paese di amore cieco, è un grave errore, a mio parere, e un atteggiamento che compromette qualsiasi critica costruttiva, azioni, e proposte di miglioramento e rinnovamento di un Paese fermo, immobile non da pochi lustri o decenni ma da tempo immemorabile. 

Ora queste riflessioni sono frutto di accadimenti recenti avvenuti nella città di Roma a proposito dell’uso dei mezzi di trasporto pubblico, ma non solo, e non sto qui a tediarvi con i particolari. La logica conclusione a cui sono giunta è che una Capitale che è un vero e proprio scrigno di preziosi per il patrimonio artistico e culturale che custodisce non può sottoporre cittadini e turisti a costanti disservizi del trasporto pubblico, sfidando e mettendo quotidianamente a dura prova la loro pazienza.

Certo questo non è un problema unicamente romano, se si parte per il Sud, la situazione non cambia. La Calabria e la Sicilia hanno dei collegamenti a dir poco penosi. Ci sono spiagge e mari del Sud che per bellezza non sono inferiori ad altre mete ben più famose, costose e gettonate. Perché isolarle dal resto del mondo? Perché non investire sul turismo, una delle maggiori risorse di questo Paese?

Lo stesso dispiacere lo provo di fronte all’incuria in cui versa Napoli, città dove ho vissuto per un periodo e in cui torno sempre volentieri perché non ha nulla da invidiare a Roma in fatto di bellezze.

Mi pongo quindi da sempre la questione su chi, cosa, quando e come addebitare e distribuire colpe e responsabilità. Cattiva gestione e amministrazione? Una mentalità clientelare e del compromesso? E poi, non si possono omettere, le azioni illecite e mafiose? 

La politica mi ha disillusa da svariati anni. Oggi la televisione la vedo, ma non la guardo, a parte qualche programma di qualità o scacciapensieri naturalmente. Mentre un tempo seguivo programmi di politica e dibattiti relativi. Una volta rimasi perplessa, la memoria non mi assiste nel ricordare la data precisa, quando nel salotto buono domenicale di Anna La Rosa, Piero Fassino ha dichiarato che la felicità delle persone, nella fattispecie i cittadini, non può dipendere dalla politica, ma da altro (realizzazione personale, affetti, vicende private insomma). È una frase estrapolata dal contesto, lo so, ma così mi è rimasta impressa e, per contro, mi è venuta in mente la Dichiarazione di Indipendenza Americana che aveva riconosciuto la felicità delle persone come un diritto, mentre nel 1968 in un discorso di Robert Kennedy tenuto presso l’Università del Kansas, il politico dichiarava che il PIL non è un indicatore del benessere delle nazioni sviluppate ma ci vuole ben altro.

Tornando a monte del discorso sulla politica italiana, tempo fa ho letto con vivo entusiasmo La Politica e il labirinto, di Luciano Violante, Bompiani, 1997. Ne ho condiviso il discorso, la validità dei contenuti, l’esposizione dei valori. Oggi questi discorsi, e lo dico con rammarico, dove trovano applicazione, dove sono finiti?

Di recente mi sono riavvicinata ai libri che trattano di politica. Ho letto La libertà individuale come impegno sociale, di Amartya Sen, economista e filosofo indiano, Premio Nobel per l’Economia nel 1998, un’edizione distribuita gratuitamente presso le librerie Arion in occasione del 25 Aprile. La cosa a mio parere più rilevante contenuta in questo libro è che la libertà individuale e la realizzazione dei cittadini di una nazione dipendono anche dall’assetto sociale in cui vivono, dalle istituzioni e dalle scelte politiche. 
Infine, durante un altro dei miei sopralluoghi in libreria, l’occhio è caduto su Odio gli indifferenti, di Antonio Gramsci. Avevo bisogno di risposte a questo comune e diffuso disagio sociale, mi è bastato leggere l’indice, la quarta di copertina, sfogliare alcune pagine (mai l’ultima, non leggo mai la pagina finale quando scelgo un libro) e mi sono convinta di potere avere un’opinione valida e un pensiero affidabile a cui far riferimento.

Questa estesa considerazione conterrà affermazioni e cose già dette o sentite, da condividere o meno, e che forse si è anche stanchi di ascoltare, ma è stata fatta in nome della libertà di espressione e di opinione e credendo che, nonostante la mia disillusione, la buona politica possa ancora essere in grado di migliorare le condizioni e la qualità di vita dei cittadini che hanno sì doveri nei confronti dello Stato, ma ricordiamolo, anche dei diritti.

14 luglio 2015

Suggerimenti di lettura




Vorrei segnalare una serie di libri che, a vostra discrezione, potreste scegliere di leggere durante le meritate vacanze.

La gioia di scrivere, di Wisława Szymborska, Premio Nobel per la Letteratura nel 2009. È una lettura adatta per chi non sa rinunciare a momenti e pause di poesia vera, scritta in uno stile asciutto che ha il dono della sintesi e della semplicità. Perché non c’è niente di più difficile che dire cose complesse in modo semplice e comprensibile per tutti. Un grande critico letterario italiano, Francesco De Sanctis, diceva che la vera grandezza consiste nella semplicità. Infine è un libro rivelazione su argomenti disparati: riflessioni sulla vita, su cose apparentemente banali, c'è anche una poesia sul curriculum. Insomma vale un approfondimento.

Dialoghi morali, di Lucio Anneo Seneca, spagnolo di Cordova (50 a.C.), autore tra l’altro di opere come Fedra, Edipo. Perché non bisogna dimenticare il pensiero filosofico di uno dei maggiori divulgatori dello stoicismo greco presso Marco Aurelio e i Romani del tempo. I dialoghi riguardano rispettivamente La provvidenza, La fermezza del saggio, La vita felice, La vita ritirata, La tranquillità dell’animo, La brevità della vita.  

Se bastasse una sola parola. Piccolo dizionario delle emozioni, di Ivana Castoldi, psicologa e psicoterapeuta, ha lavorato presso il Centro per lo studio e la terapia della famiglia dell’Ospedale Niguarda-Cà Granda. È una riformulazione di parole e concetti come speranza, attesa, dolore, energia e tante altre, che pregni di significato, se diversamente interpretati e usati nella vita quotidiana possono aiutarci a vivere meglio, al di là di ogni conformismo, ogniqualvolta ci si mette in discussione e si vuole migliorare il proprio approccio alla vita. Infine è anche un’ulteriore conferma dell’importanza e del valore della comunicazione.

Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico, di Paul Watzlawick, filosofo, sociologo, psicologo austriaco. Uno dei maggiori studiosi di comunicazione. Rappresenta un’ironica considerazione, che è adatta a qualsiasi età, su come ci si applichi durante la vita a trovare ipersoluzioni ai problemi, alle difficoltà. Spesso cadendo dalla padella nella brace come si suol dire in termini popolari. Rimane il tentativo dei singoli della ricerca del giusto mezzo o del compromesso al fine di una guadagnata saggezza.

Impara a essere felice, di Paolo Crepet, noto psichiatra e sociologo. Non lo ritengo un manuale di self help, come neanche il libro della Castoldi. È piuttosto un invito da parte di un esperto rivolto alla propria figlia in primis, agli adolescenti ma anche agli adulti ad assumere comportamenti, compiere scelte e fare piccole rivoluzioni per raggiungere uno stato di gioia e serenità. Da non confondere con la felicità transitoria, della durata di un momento. Insomma un invito alla pratica di una sana educazione per imparare a essere felici, affinché gli adulti crescano figli e ragazzi più liberi.

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Mia madre di Nanni Moretti



Margherita: Mamma, a cosa stai pensando?
Ada: A domani…

Il film Mia madre è una riflessione su un argomento che ha a che fare con l’umana natura, e che io reputo un tacito tabù. La morte di una persona cara, e nel caso specifico di una madre, è un evento della vita che prima o poi vive chiunque abbia avuto una madre. Mi sono posta molte domande relativamente a questo argomento, specie in occasione della morte di mia nonna Vittoria, di cui ho ereditato il nome e chiedendomi come vivesse mia madre questa perdita.

Tornando al film di Nanni Moretti, è un racconto molto personale che coinvolge Margherita (Margherita Buy), regista separata e con una figlia adolescente a carico, Giovanni (Nanni Moretti), cinquantenne alla ricerca di un nuovo lavoro, e la loro madre Ada, insegnante di latino, malata gravemente e in punto di morte. Al film partecipa anche John Turturro, in qualità di attore di un film che Margherita sta girando.

Margherita è una regista di film di impegno sociale: tratta temi come disoccupazione, crisi del lavoro. Cinema sociale insomma, che lei ritiene essere una definizione retorica del genere. Scrupolosa, zelante, maniacale, si comporta applicando 200 schemi (come dice il fratello Nanni) e non riesce a essere leggera... A proposito della madre, si pone mille domande. Ai medici perché non fare in modo di farla vivere ancora, mentre a se stessa cosa ne sarà dei suoi libri – Tacito, Lucrezio e tutti gli altri. L’attività e lo studio di un’intera esistenza.

Sempre a riguardo dello studio non mancano battute da ricordare, memorabili e abituali nei film di Moretti. La figlia adolescente di Margherita, studentessa di liceo classico, per esempio, in un momento di scambio di confidenze, chiede alla madre: “Ma a che serve il latino?”, che suona in parallelo come “a che serve studiare?” (un quesito che mi è stato posto tante tante volte anche da studenti in erba). La madre cerca, a suo modo, di argomentare: per la costruzione logica, per ragionare... In effetti, aggiungo, studiare il latino ci ricongiunge alle nostre radici e inoltre ho letto tempo fa che le giocatrici di pallavolo di una squadra studiavano il latino per migliorare la prestazione sul campo sportivo.

Alla morte di Ada saranno gli studenti a consolare Margherita e Giovanni, attraverso il ricordo. Ada non è stata solo un’insegnante, ma una maestra di vita e una mamma per tutti loro. In effetti, ricordare le persone care che non ci sono più, è il modo migliore per farle continuare a vivere.

Vorrei legare questo film a un suggerimento di lettura: Così è la vita. Imparare a dirsi addio, di Concita De Gregorio. Un libro che ho letto la scorsa estate. È un'interessante inchiesta narrativa su eventi e occasioni che spesso si rimuovono – malattie, funerali, sconfitte – ma che se condivisi con empatia possono diventare motivo di forza, dar sollievo al dolore e trasformarlo. Perché non c’è rimedio peggiore al dolore che rilegarlo al silenzio e alla solitudine.

12 luglio 2015

Joseph Anton Koch, Franz Keiserman: due paesaggisti a Roma

Courtesy Casa di Goethe

Estate nella Casa di Goethe
„Dentro l’opera con Claudia“
Mercoledì 15 luglio 2015, ore  19.00

Apertura straordinaria con visita alla mostra „Il cielo sopra Roma“ con la storica dell’arte Claudia Nordhoff e approfondimento tematico


Il „ruvido genio“ Joseph Anton Koch e il „misero pittoruncolo di acquerellacci“ Franz Keiserman: due paesaggisti antagonisti a Roma alla svolta dell`Ottocento

Claudia Nordhoff è nata ad Amburgo e vive a Roma. E‘ studiosa e specialista del paesaggista Jakob Philipp Hackert (1737-1807), al quale ha dedicato numerose pubblicazioni (ultimamente una edizione critica delle sue lettere, Jakob Philipp Hackert, Briefe, 1761-1806, Hainholz-Verlag, Gottinga, 2012). Collabora da molti anni alla Casa di Goethe. Nel 2007 ha curato un catalogo dei disegni di paesaggio del museo (Paesaggi italiani dell'epoca di Goethe. Disegni e serie di acqueforti della Casa di Goethe). Ora sta lavorando al primo catalogo generale del fondo del museo.

Segue aperitivo, Biglietto: 3,00 Euro

Casa di Goethe, Museo | Biblioteca | Foyer italo-tedesco
Via del Corso 18 (Piazza del Popolo) | 00186 Roma | Tel. 0632650412
 www.casadigoethe.it

Tracey Emin. Waiting to Love

Courtesy Galleria Lorcan O'Neill

TRACEY EMIN
Waiting to Love
Exhibition on view until Saturday 26 September

Tracey Emin’s exhibition in Rome of new paintings, embroideries, drawings and bronzes continues until Saturday 26 September. Concurrently, Emin’s iconic sculpture “My Bed” is on view alongside paintings by Francis Bacon at Tate Britain; and an exhibition of her work and that of Egon Schiele is at the Leopold Museum in Vienna until 14 September.


GALLERIA LORCAN O’NEILL ROMA
VICOLO DEI CATINARI 3   ROME 00186   ITALY  
 +39 06 6889-2980  mail@lorcanoneill.com

La Galleria è aperta mart-ven 11:00-19:00 / The Gallery is open Tue-Fri 11am-7pm