7 settembre 2015

Metternich e l'imposta di bollo sull'aria

Abbiamo lasciato Metternich per un po’ di tempo al suo silente lavoro per supportare la tranquillità del re lillipuziano che, ora, aveva designato il suo delfino. Quest’ultimo aveva una nutrita schiera di educatori che lo formavano al ruolo che avrebbe di lì a poco ereditato. Intanto presenziava incontri e appariva in pubblico, dimostrando alcune affinità col prozio ma un’origine diversa, poiché non era della stirpe di Lilliput, ma discendeva dal ramo cadetto di una stirpe comunque apparentata alla sua. Solare, sorridente, comunicativo, piaceva al popolo che aveva, tuttavia, sempre qualcosa di cui lagnarsi. Una parte, infatti, dimostrava in svariate occasioni, un certo malcontento, dettato, forse, dalle tasse sulle derrate alimentari introdotte anni fa da Metternich e dai tagli che aveva ritenuto necessari in diversi settori.

Metternich aveva i consueti grattacapi e non poteva, anzi, non voleva turbare la tranquillità del re lillipuziano. Così come ministro dell’Economia passava le sue giornate alla scrivania. Anche questa volta, purtroppo, i conti non tornavano. Di buon’ora leggeva la rassegna stampa e non tralasciava, meticoloso com’era, di considerare il parere di locali e stranieri. Un articolo, in particolare, riportava il parere di un turista, che di passaggio nella capitale disse al giornalista: “l’economia è a terra, si stampano banconote ma la crisi investe l’intero continente, non solo quello europeo, ma anche gli altri”. Parere di un passante che tra l’altro si era espresso non in francese, la lingua ufficiale, ma in un inglese che il giornalista aveva tradotto e affidato alla stampa. La stampa poi, si disse Metternich, è da prendere con le pinze, ci vorrebbe un intero giorno per distinguere tra giornalismo filo-governativo, allarmista, attendibile, di denuncia, veritiero, locale ed estero (uno sguardo al mondo che ci guarda è doveroso, la veduta d’insieme anche e che i giornalisti facciano il loro mestiere più che legittimo). Sospirò, bisogna ascoltare attivamente i dubbi e i pareri di tutti e poi deciderò in base al ruolo che mi compete.

Le risoluzioni successive, maturate nella seconda parte della giornata, furono di ponderare una nuova tassa: sull’aria che si respira perché sul resto degli elementi - acqua, terra, fuoco - esistevano già le rispettive imposte. Certo sapeva che c’erano delle aree insalubri, dove l’imposta sull’aria non sarebbe stata valida, creando zone ad aria limitata.
Era stato informato da fonti ministeriali che in alcuni sobborghi cittadini o nella stessa arteria principale di alcune città, per esempio, fare una semplice passeggiata corrispondeva a fumare un certa quantità di tabacco, volenti o nolenti, mentre si visitano le attrattive, si fanno acquisti nei boulevards, le famiglie escono di domenica insieme ai loro bambini.

Nel tardo pomeriggio, l’ordine del giorno prevedeva di scrivere a un consulente esterno, di nome Giorgio Vasari. Intendeva coinvolgere in un governo sovranazionale degli esperti appartenenti a una categoria a cui non aveva ancora pensato: gli artisti. Non aveva in grande simpatia la penisola italiana e i suoi tanti e frammentati staterelli, per lui era e restava una propaggine geografica dell’impero. Voleva, questa volta superare e mettere da parte il pregiudizio, chiedendo al Vasari quali fossero gli artisti più dotati e quotati per coinvolgerli in una squadra di governo temporaneo. 
Dopodiché non gli rimaneva che aspettare la risposta del Vasari, che degli artisti e delle loro vite era un conoscitore di pregio.



Da continuare…

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