25 ottobre 2016

L'Ara Pacis e la Pax augustea

Avete mai visitato l’Ara Pacis? Questo è il momento giusto, una immersione contemporanea per scoprire questo monumento storico custodito dal progetto di Richard Meier. La struttura architettonica e il programma decorativo,  attraverso allusioni simboliche e mitologiche, celebra l’imperatore Augusto  e la sua famiglia, ma soprattutto sottolinea la predestinazione al comando di Ottaviano e il ritorno ad una meravigliosa e mitica età dell’oro delle origini, grazie alla sua opera di pacificazione.

IL MONUMENTO

Quando ritornai dalla Spagna e dalla Gallia, durante il consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, dopo i buoni esiti delle operazioni in quelle province, il Senato decretò in onore del mio ritorno la consacrazione di un altare alla Pace augustea in Campo Marzio e ordinò che su quell'altare magistrati, sacerdoti e Vergini Vestali celebrassero ogni anno un sacrificio. (Res gestae, II.12)

Lo stesso Augusto con queste parole testimonia la decisione del Senato di costruire l’Ara Pacis in Campo Marzio nel 13 a.C.. Non si trattò di un’impresa semplice e dalla ricchezza della realizzazione architettonica lo si intuisce: l'Ara venne ultimata e dedicata solennemente alla Pax augusta tre anni e mezzo dopo, il 30 gennaio del 9 a.C.

L’altare fu edificato lungo la via Lata (attuale via del Corso), con un orientamento est-ovest, e divenne parte del  grande progetto augusteo di urbanizzazione della porzione settentrionale del Campo Marzio. Proprio la collocazione in questa area, luogo ricco di simboli,  ne determinò  di fatto l’obliterazione: il progressivo innalzamento di quota del terreno, causato dai frequenti straripamenti del Tevere e dalla conseguente deposizione di strati di limo, provocò un  inesorabile interramento del monumento, già testimoniato da  tentativi di salvaguardia in antico.

Con il passare dei secoli l’area divenne oggetto di una vera e propria espansione edilizia e l’Ara rimase sepolta e dimenticata, fino a quando nel 1879 il giovane archeologo tedesco Friederich Von Duhn non propose l’identificazione dei resti che erano emersi al di sotto delle fondazioni del palazzo Fiano –Almagià (tra le attuali piazza di S. Lorenzo in Lucina e via del Corso) come parti pertinenti all’Ara Pacis.

La fortunata identificazione di Von Duhn stimolò l’inizio degli studi e delle ricerche da parte degli archeologi, fino alle due importanti campagne di scavo, prima nel 1903 e poi nel 1937-1938, che permisero l’effettivo recupero delle parti dell’altare e la sua successiva ricomposizione.

In previsione dei festeggiamenti per l’anno augusteo (settembre 1937 – settembre 1938), bimillenario della nascita dell’imperatore, infatti, nel febbraio del 1937 il Consiglio dei Ministri decretò l’inizio di nuove operazioni di scavo e recupero dell’altare, affinché ne venisse realizzata la ricomposizione e, soprattutto,  la nuova collocazione in una teca dedicata sul Lungotevere, il cui progetto fu affidato all’architetto Ballio Morpurgo. Si completava così il disegno mussoliniano di recupero archeologico e sistemazione urbanistica di piazza Augusto Imperatore.

Come la vediamo oggi, dunque, l’Ara Pacis conserva l’orientamento della sistemazione decisa negli anni trenta, diverso dall’originale, ovvero nord-sud e non più est-ovest.

La struttura architettonica  del monumento consiste di  un recinto perimetrale che racchiude al suo interno la mensa, l’altare vero e proprio, dove un tempo si svolgeva il sacrificio di celebrazione annuale. Il tutto poggia su una basamento di marmo di circa undici metri e mezzo per dieci metri e mezzo.  Il recinto è decorato sia nella sua parte interna che in quella esterna.

L’interno rappresenta il perimetro dell’area consacrata agli dei, all’interno della quale doveva essere eretto il monumento, attraverso il motivo del tavolato di legno, decorato nel registro superiore  da festoni, bucrani, coppe rituali e bende sacre, tutti oggetti che fanno riferimento al mondo del rito e del sacrificio.

L’esterno del recinto, caratterizzato da due aperture sui lati corti, è riccamente decorato da rilievi di diverso soggetto: a carattere storico e mitologico sui lati corti e a carattere propriamente storico sui lati lunghi, dove si conserva la rappresentazione di una vera e propria processione, sviluppata in parallelo.

La teca di Morpurgo, realizzata in tempi molto stretti, non aveva quelle caratteristiche strutturali indispensabili ad assicurare la conservazione del monumento. L’instabilità delle condizioni igrometriche e il mancato isolamento termico erano problematiche non solo per le parti originali dell’Ara Pacis, ma persino  per la tutela delle operazioni di restauro e ricomposizione da poco realizzate.

In queste condizioni, nel 1970 si rese indispensabile un intervento di ripristino della stessa teca e di restauro del monumento, che versava in pessime condizioni conservative; di nuovo, negli anni ottanta, fu necessario intervenire con nuovi restauri, ma era ormai chiara la necessità di una misura di tutela urgente, dovuta all’impossibilità di adeguamento della teca degli anni trenta. Da questa urgenza è derivata la decisione dell’Amministrazione nel 1996 di affidare il progetto di costruzione di una nuova sede museale per l’Ara Pacis all’architetto Richard Meier. Non doveva trattarsi semplicemente di una nuova sede, ma di un edificio che fosse all’altezza dell’opera da tutelare, che ne garantisse la conservazione e la valorizzazione.


Il nuovo Museo dell’Ara Pacis, inaugurato nel 2006, costituisce di fatto uno dei pochi casi di confronto tra l’archeologia e l’architettura contemporanea, ma è soprattutto uno strumento di tutela, perseguita attraverso l’isolamento termico, igrometrico e atmosferico del monumento, e di valorizzazione, realizzata tramite un percorso museale costruito intorno al monumento e che è in continuo divenire.

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